«Ebbene, Andrea!», la mano su quella foto di Natale si strinse a pugno, «la vuoi sapere la mia verità?», disse a voce alta, ma poi si trattenne per non svegliare Emanuele, «anch'io lo ricordo bene il mio parto!», la foto le cadde, si sentì il rumore di una cornice sul tappeto, «eccome se lo ricordo!», si prese la testa fra le mani, si accasciò sul letto, cominciò a singhiozzare sul cuscino.
Andrea andò di corsa da sua moglie, posò la pipa sul posacenere, raccolse la foto che per fortuna non s'era rotta.
«Non sono matta!»
Andrea la posò sul tavolino, si sedette al suo fianco.
«Non mi trattare come malata!»
Andrea la girò, la prese, l'abbracciò.
Silvia si fece prendere dal marito, lo guardò piangendo: «sono solo tanto triste! Quando vidi», disse sottovoce, si staccò da lui, aprì le mani di fronte a sé, aperte, all'altezza del bacino, «quella testa che — pian piano — usciva da me», sospirò, si tenne il ventre, «quella testa che avrei voluto abbracciare, ma che sapevo appartenere a un bambino morto che non avrei mai potuto crescere...», si volse al marito, «tu c'eri?»
«No.»
«No, vero?», Silvia riprese a piangere, «e chi c'era se n'è andato! Mi ha lasciata sola in quella camera azzurra a ricordare il mio Emanuele, disteso su quel lettino...», chiuse le mani a pugno e li puntò sul petto di Andrea, picchiandolo a martello e singhiozzando: «grigio! Morto! Freddo! Immobile! bellissimo. . .bel...lis. . . si. . . mo...»; si accasciò su di lui.
Andrea la tenne abbracciata in silenzio; la sua pipa, lasciata sul posacenere, continuava a spandere un poco di fumo nella stanza, ma si stava spegnendo, i singhiozzi scesero di intensità fino ad arrivare a un pianto sommesso; «scusami», le prese la mano: «non volevo fartelo ricordare.»
«Hai fatto bene, invece», Silvia gli diede un bacio, «io so di ricordare, è il mio bambino: ma voglio anche dimenticare», chinò il capo, tirò su i piedi, li mise sotto di sé, si appoggiò al cuscino, «e se qualche volta io riesco a scordarlo non è perché sono matta, ma perché il ricordo è troppo tragico e cerco di cambiarlo.»
«Lo so», Andrea si alzò, andò a prendersi la pipa che nel frattempo si era spenta, la riaccese.
«Capisci dunque perché il tuo Emanuele lo voglio adesso come nostro?»
«Certo, sì», Andrea ritornò accanto a lei: «ma dire nostro significa toglierlo a una madre, lo capisci questo?»
«Lo so!», Silvia gli prese la mano sinistra con tutte e due le sue, la poggiò aperta al suo seno, «ma non fare come Nicola che è fuggito! Dammi la possibilità di guarire!»
Andrea sentiva il cuore di sua moglie battere forte sotto la sua mano, «lo farei se fosse solo mio». Si alzò, fece qualche passo in camera, meditando, «potremmo adottarne un altro, che dici? Faremmo anche del bene», le andò vicino, «non si chiamerebbe Emanuele, non lo avremmo da quando è neonato, ma non avremmo il rimorso.»
Silvia gli prese le mani: «ma Andrea, eri tu che mi avevi detto che mi avresti fatto mamma del tuo Emanuele, ricordi? Mi volevi illudere?»
«No, ma non immaginavo che sarebbe arrivato a questo.»
Silvia chinò il capo, giocò con la sua fede, «però io mi ero già pensata mamma di tuo figlio.»
«Tu hai vissuto anni nell'illusione di un bambino rinato.»
«Perché, tu no, Andrea?»
«In che senso, Silvia?», Andrea la guardò stranito.
«Quando l'hai accompagnata in sala parto, a cosa pensavi?»
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Dolore e perdono (Parte VIII: I fratelli amanti)
General FictionUna storia di sofferenza e redenzione, una passione ostinata e proibita, tre famiglie coinvolte, trent'anni di storia. Marco e Ilaria, due fratelli divisi da quasi mille chilometri si rincontrano per il funerale del loro padre. Così diversi e così s...