- IN CHE GUAIO MI SONO CACCIATA-

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La notte non riuscì ad addormentarmi. Non che fosse tardissimo, a malapena era sopraggiunta la mezzanotte, Julian respirava lievemente contro l'arco della mia schiena,tra le spalle,le mani cinte lungo il mio addome, le gambe accavallate sulle mie ginocchia.

Adesso mi sentivo più sveglia che mai e decisi che, dopo ciò che avevamo appena fatto, era meglio che mi dessi una risposta interessante alla botta di avvenimenti succeduti a quelle poche ore. Così,tanto per essere lievemente razionale.

Capì subito, mentre osservavo attentamente i raggi della luna penetrare nella stanza, che troppe cose non combaciavano.

Innanzitutto dovevo fare luce su ciò che prima mi aveva stordita fino a farmi perdere la cognizione di ogni cosa ; mi ero addirittura quasi ammazzata saltando giù da una cascata, porca miseria! E poi, lo stordimento, la pesantezza nelle gambe, la vista offuscata.
Le allucinazioni su Luisa....
Va bene, stavo male, ma quello mi sembrava una reazione troppo improbabile per essere del tutto naturale.
Mi rigirai tra le lenzuola, Julian mi stringeva ancora e non sapevo che fare per liberamene senza svegliarlo.
Mentre mi giravo dalla sua parte, il mio volto contro il suo, ebbi una fulminazione istantanea.

"Antoinette! Quella troia!!" Esclamai all'improvviso, nel buio argentato della camera.
" Mi ha drogata quando mi ha dato da bere l'acqua, dannazione!"
Adesso ero davvero fuoriosa.
Mi chiesi se non fosse stato meglio per me soffocare là Julian, seduta stante.

" Ma perché avrebbe mai dovuto drogarmi, che ci guadagnava?" Pensai, anche se la risposta la sapevo già.

Voleva uccidermi.

Non poteva certo farlo lì a sangue freddo senza che a qualcuno venisse il sospetto ma sapeva anche che io non ero abituata alle droghe, che non ne avevo mai assunte in vita mia, le probabilità perciò erano due : o che il mio corpo cedesse nel peggiore dei modi, oppure che, presa dalla disperazione delle allucinazioni, in un momento in cui ero già vulnerabile di mio date le cose che mi aveva appena raccontato, trovassi un modo per farmi fuori da sola.
E poi con la polizia e con i giornali la solfa sarebbe stata la stessa.

Studentessa poco brillante, festa di sballoz drogata, si getta in un fiume....
" Ma porca troia!" Urlai dentro la mia testa.
Un brivido mi percorse la spina dorsale.

Ci riflettei ancora un po' sù, prima di compiere altre avventatezze. Ne avevo già combinate troppe in quel momento, ecco cosa intendeva Goya con " il sonno della ragione genera mostri". Brava Lillian, complimenti. Me lo dico da sola anche a distanza di anni.

Altre risposte arrivarono nel giro di pochi minuti che il mio cervello elaborava le informazioni.

Era lo stesso modo in cui avevano ammazzato Luisa, quello. Identico.
Antoniette, con ogni probabilità, aveva sempre avuto lei stessa il diario di Luisa, e lo aveva sicuramente manomesso per scriverci al suo interno cose che avrebbero potuta deviarmi.

Non era stato Bryce a lanciarmi il lampadario addosso, oppure a depistare le tracce.
Era sempre e solo stata lei, mossa da un'odio separato rispetto a quello che provava la A per me.

Lei odiava me e Luisa allo stesso modo, ci odiava perché non capiva come avessimo potuto, io e lei, rubarle Julian.

Aveva fatto fuori Luisa nella speranza di allontanarla da Julian ma il destino le aveva portato anche me.
La A l'aveva solo protetta in qualità di membro della loro classe, quello era il loro codice d'onore.

Questo spiegava come mai Julian sembrava disprezzarla tanto.

Ciò non toglieva il fatto che Bryce fosse al corrente delle scorrettezze della A, che non volesse che io ed Amaria scoprissimo qualcosa riguardo ai favori che continuava a ricevere ma di certo non era stato lui la causa di ogni cosa, come avrebbe mai potuto?

Era Antoniette, la causa di tutto.
Lei agiva in separata sede rispetto a tutto il resto.

Alla fine mi alzai, presa dal rimorso, e cercai qualcos'altro da mettermi addosso.
" Come posso essere stata così scema!" Pensai, irata, colpendomi la fronte con il palmo della mano.
" Oh cazzo, in che casino mi sono lanciata" sussurrai all'oscurità.

Ero indubbiamente in preda al panico. Cosa diavolo avevo combinato?

«Cavolo, cavolo, cavolo...» sibilai tra me e me, mentre mi infilavo in fretta la maglia che indossavo quando ero arrivata lì. Sentivo il cuore martellarmi nel petto, la mente annebbiata dalla paura. Dovevo trovare Amaria e Bryce, subito.

«Cosa tenti di fare, Lillian?»

Sobbalzai. La voce bassa e profonda di Julian ruppe il silenzio come una lama affilata. Mi voltai di scatto, il respiro mozzato. Non lo avevo sentito svegliarsi. I suoi occhi, ombre scure nella penombra della stanza, mi scrutavano con sospetto.

«Eh no...» pensai, contrariata. Cercai di mantenere un'espressione neutra, anche se il cuore continuava a battermi all'impazzata.

«Torna a letto, Julian» dissi, cercando di suonare il più indifferente possibile. «Voglio solo fare due passi, non riesco a dormire. Ho fatto un brutto sogno.»

Lui non rispose subito. Poi, con voce ferma e priva di esitazioni, disse: «Vengo con te, allora.»

Il mio stomaco si strinse in una morsa. La situazione mi stava sfuggendo di mano. Dovevo assolutamente liberarmi di lui.

«Non serve, davvero. Preferisco stare da sola.»

Ma lui non sembrava disposto a discutere. Si alzò, prese una felpa e si infilò le scarpe con calma esasperante. Nonostante fosse appena sveglio, aveva un'aria impeccabile. Come diavolo faceva ad apparire così perfetto senza il minimo sforzo?

«Andiamo?» chiese, avvicinandosi.

Annuì, ma dentro di me ero inquieta. Non mi piaceva la piega che stavano prendendo le cose.

«Lillian... cosa c'è che non va?»

«Tu non vai» ribattei, cercando di mascherare il mio nervosismo con un pizzico di ironia. «Mi stai facendo venire dei dubbi. Perché improvvisamente ti fidi così tanto di me da voler stare con me?»

Julian inclinò leggermente la testa, un sorrisetto enigmatico sulle labbra.

«Perché tu mi piaci» rispose semplicemente. «Mi sei sempre piaciuta.»

Sentii il fiato bloccarsi in gola quando il suo braccio si posò sulle mie spalle. Fu un gesto rapido, quasi naturale, eppure qualcosa in quel contatto mi fece rabbrividire. Inizialmente cercai di svincolarmi, fingendo un fastidio esagerato, ma mi resi conto subito che la sua presa si era fatta più forte. Troppo forte.

Non voleva lasciarmi andare.

Lo guardai negli occhi, e in quel momento capii che lo stava facendo apposta. Non era affetto, non era un abbraccio rassicurante. Era un avvertimento.

«Devo trovare Amaria e Bryce. Devo trovare Amaria e Bryce» mi ripetei mentalmente, cercando di ignorare il dolore alla spalla.

«Non fare la difficile, ok?» sussurrò, la voce più bassa, più tagliente. «Pensavo fossi arrivata alla fine di questa fase.»

Poi, improvvisamente, mi lasciò andare. Feci un passo indietro, massaggiandomi la spalla dolorante, mentre lo fissavo con occhi sgranati.

Ero sconvolta.

Quella notte segnerà un confine nella mia vita, perché da quel momento in poi compresi che c'era qualcosa di profondamente sbagliato in tutto quello che mi circondava.

La A... oh, la A per me e per chiunque altro fosse rimasto all'esterno di quel mondo, sarebbe sempre rimasto un mistero. Anche dopo anni, non avrei mai saputo dire con certezza perché Julian fosse così attaccato a me. O perché North ragionasse in quel modo. O cosa spingesse Antoniette a provare certi sentimenti. Perfino Bryce...

Alla fine, però, mi resi conto di una cosa: forse era meglio che nessun altro comprendesse fino in fondo. Perché certi meccanismi, certe dinamiche, una volta svelate, potevano risvegliare nell'animo umano qualcosa di oscuro e pericoloso.

La loro era un'educazione, una fede. E come ogni questione di fede, non si può mai davvero capire il perché delle cose... se non si è disposti a credere.

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