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Roma mi accoglie con il suo cielo chiaro d'inverno, quello che sembra voler promettere qualcosa anche quando non ha nulla da offrire.

Scendo dal treno stringendo il telefono tra le dita: nessun messaggio, ma so che Federico è già allo stadio.
È sempre in anticipo.
È sempre più agitato di quello che lascia vedere.
Ed io lo conosco troppo bene per non capirlo.

Salgo nell'auto che papà ha mandato a prendermi, respirando profondamente.

È una giornata importante: Roma–Juventus, pubblicità, telecamere, tensione.
Ma per me è molto di più.

Mi stritolo le mani sudate dall'agitazione, é la prima volta che lo vedo giocare al di fuori della nazionale.
È la prima partita dell'anno che vedo dal vivo.
È la prima dopo le vacanze insieme.
La prima in cui tornerò a guardarlo da vicino, non solo come "figlia del CT", ma come la sua ragazza, quella che ormai tutti conoscono, che finisce nelle foto, che i tifosi cercano quando vado allo stadio.

All'inizio era strano, poi è diventato... bello.
Essere parte del suo mondo. Essere "noi" alla luce del sole.

Quando arrivo all'Olimpico, il cuore mi batte così forte che quasi mi manca il respiro.
Ormai conosco questo stadio meglio delle mie tasche, ci ha visto gioire e ci ha visto perdere, piangere di felicità e di tristezza.

Papà mi accoglie con un sorriso affettuoso.
«Eccoti qui, amore mio. È arrivata la prima tifosa di Chiesa.»
«Papà!» lo rimprovero ridendo.
«Che vuoi farci? È l'evidenza dei fatti.»

Mi bacia sulla testa, poi mi accompagna dentro lo skybox. La vista sul campo è perfetta: le luci illuminano l'erba con una precisione quasi crudele.

E poi lo vedo.

Federico è già in campo per il riscaldamento.
Il numero 22, il passo rapido, il sorriso che conosco come il palmo della mia mano.
Ride con un compagno. Scatta. Si gira. Calcia.

E ogni suo movimento mi sembra un ritrovarlo, ogni volta daccapo.

Non posso fare altro che ammirarlo, amarlo.

«Hai quell'espressione,» commenta papà.
«Hmm? Quale espressione?» mi giro di scatto.
«Quella di chi è innamorata persa.»

Arrossisco.
«Papà, davvero...»
«Mia, è bello vederti così. Ti sta bene.»

E mentre lo guardo, attraverso la vetrata, sento i miei occhi ammorbidirsi.
Mi manca. Anche se l'ho visto tre giorni fa.
Mi manca sempre quando è in campo, perché è come se appartenesse al mondo più che a me.

Ma poi, come se avesse avvertito il mio sguardo, Federico alza la testa.
Mi cerca.
Mi trova.

E il sorriso che gli spunta sulle labbra è solo mio.

Papà lo nota.
«Vai. Te lo concedo. Ma solo un minuto, che poi devono concentrarsi.» dice cercando di fare il serio.

«Giuro che non disturbo nessuno.»

E scappo fuori dal box, giù nel tunnel.

Il tunnel dello stadio è la mia parte preferita: odora di erba bagnata, di tensione, di adrenalina. È vivo. È reale.

Sento i giocatori in lontananza che urlano, i loro tacchetti sull'erba.

Federico sta tornando verso gli spogliatoi proprio mentre arrivo. Si ferma subito quando mi vede.

«Amore.»

Solo una parola.
Solo la sua voce.
E la mia giornata si sistema da sola.

Cammina veloce verso di me, ancora con la maglia del riscaldamento e i capelli leggermente sudati. Mi prende il viso tra le mani e mi bacia, un bacio breve, delicato, come quelli che ci diamo quando non vuole rovinare la concentrazione.

109 || Federico Chiesa ||La tua prossima ossessione. Scoprilo ora