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Ci sono giorni che non finiscono sui giornali.
Non hanno titoli, non hanno foto, non hanno applausi.

Sono i giorni in cui non succede niente.
O almeno, così sembra.

E invece sono quelli che fanno più male.

La palestra di riabilitazione profuma di disinfettante e gomma. Un odore che ormai riconosco come casa, anche se non avrei mai voluto. Le pareti sono chiare, le luci troppo forti, e il rumore costante delle macchine copre quasi i sospiri, i respiri trattenuti, le imprecazioni a bassa voce.

Federico è davanti allo specchio.

Indossa la maglietta nera, i pantaloncini, il tutore ben saldo al ginocchio sinistro. Sta facendo un esercizio che ormai conosco a memoria: lento, controllato, preciso.
O almeno dovrebbe esserlo.

Lo guardo stringere la mascella.
Lo guardo fermarsi.
Lo guardo riprendere.

Il fisioterapista gli parla con calma, come se ogni parola fosse dosata.

«Ancora una volta.»

Federico annuisce, ma io lo vedo: qualcosa non va.

Il movimento è rigido. Il ginocchio non segue come dovrebbe. Federico si ferma di colpo, appoggia le mani sulle cosce e abbassa la testa.

«Non risponde,» dice.
Non è una lamentela.
È una constatazione.

Il fisioterapista si avvicina. «È stanchezza. Succede.»

Federico scuote il capo.
«No. È come se...»

Non finisce la frase.

Io sono seduta sulla panca contro il muro, le mani intrecciate sulle ginocchia. Ogni fibra del mio corpo vorrebbe alzarsi, avvicinarsi, fare qualcosa.
Ma non posso.

Sono solo spettatrice.

«Proviamo a rallentare,» propone il fisioterapista.

Federico riparte.
Uno.
Due.

Alla terza ripetizione, il ginocchio cede appena. Non abbastanza da farlo cadere, ma abbastanza da fargli perdere il controllo.

Federico si ferma di nuovo.

Questa volta sbatte il pugno contro la coscia.

«Merda.»

Il fisioterapista lo guarda. «Fede—»

«No,» lo interrompe. «Lascia stare.»

Si allontana dallo specchio e si siede sul lettino, respirando forte. Io mi alzo subito e mi avvicino, ma mi fermo a qualche passo di distanza.
Non voglio soffocarlo.

«È una giornata storta,» dice il fisioterapista, con voce neutra. «Capita.»

Federico alza lo sguardo.
Gli occhi sono scuri.
Stanchi.

«Capita troppo spesso.»

Silenzio.

Il fisioterapista decide saggiamente di allontanarsi, lasciandoci qualche minuto. Io mi avvicino piano e mi siedo accanto a Federico.

«Ehi,» dico piano.

Lui non mi guarda.

«Non va,» continua. «Tutti dicono che migliora. Che sono avanti. Che sto facendo bene.»
Ride, ma è una risata vuota.
«E io invece mi sento fermo.»

Mi si stringe il petto.

«Forse oggi è solo uno di quei giorni,» provo a dire.

«Io non posso permettermi "quei giorni",» risponde subito. «Non a questo punto.»

109 || Federico Chiesa ||La tua prossima ossessione. Scoprilo ora