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Il divano è diventato il nostro stadio.

Non ci sono cori, non ci sono bandiere che sventolano, non c'è l'odore dell'erba bagnata o il rumore dei tacchetti sul tunnel degli spogliatoi.
C'è solo il salotto di casa, le luci soffuse, una coperta sulle gambe di Federico e il tutore che spunta appena sotto il tessuto, come un promemoria costante di tutto quello che oggi non può fare.

Sono seduta accanto a lui, le gambe incrociate sotto di me, una mano che stringe la sua.
La TV è accesa già da mezz'ora, anche se la partita deve ancora iniziare.

Italia–Macedonia del Nord.
Una partita che non dovrebbe fare paura.
E invece... la fa.

Federico non parla molto.
Fissa lo schermo con un'intensità che conosco bene. È la stessa che aveva in panchina, la stessa che aveva prima di entrare in campo.
Solo che stasera non entrerà.

«Sei sicuro di volerla guardare?» gli chiedo piano.

Non mi guarda.
«Sì.»

È una risposta secca, definitiva.
Non è masochismo.
È appartenenza.

Quando parte l'inno d'Italia, lui inspira a fondo.
Non canta.
Tiene lo sguardo fisso sulla maglia azzurra, come se fosse una cosa viva.

«Ogni volta penso che non mi farà più questo effetto,» dice piano.
«E invece?», chiedo.
«E invece mi entra sotto pelle.»

L'arbitro fischia l'inizio.
Con un movimento lento, controllato.
Ogni gesto è una rinuncia.

La partita comincia.
L'Italia attacca subito, come se volesse mettere le cose in chiaro.
Federico segue ogni movimento, anticipa le giocate con la testa, scuote il capo quando un passaggio arriva mezzo secondo in ritardo.

«Pressing alto,» mormora.
«Sì.»
«Ma devono essere più rapidi tra le linee.»

Parla come se fosse in panchina.
Come se potessero sentirlo.

Ogni cross sbagliato lo fa sbuffare.
Ogni occasione mancata gli tende i muscoli del collo.

Quando Berardi calcia fuori di poco, Federico batte il pugno sul cuscino.

«Dai!»
La voce gli esce spezzata.

Io gli prendo la mano.
È sudata. Fredda.

«Stai tremando,» gli dico.
«Perché vorrei essere lì.»

Non c'è rabbia.
Solo frustrazione pura.

La Macedonia si chiude sempre di più.
Minuto dopo minuto.

«Stanno aspettando l'errore,» dice Federico.
«E noi glielo stiamo concedendo.»

Ogni azione dell'Italia sembra incompleta.
Manca qualcosa.
Qualcuno.

Federico lo sente.
E questo lo distrugge.

Alla fine del primo tempo, quando l'arbitro fischia, Federico si appoggia allo schienale del divano come se avesse corso davvero quei quarantacinque minuti.

«Zero a zero,» sussurra.
«È pericoloso.»

«C'è ancora tempo,» provo a dire.

Mi guarda.
Non risponde.

Il secondo tempo è peggio.

L'Italia attacca senza lucidità.
Tira.
Ritira.
Forza.

Federico scuote la testa sempre più spesso.

«Stiamo perdendo pazienza.»
«Secondo te cosa servirebbe?»
«Coraggio. E qualcuno che salti l'uomo senza paura di sbagliare.»

Si interrompe.
Deglutisce.

109 || Federico Chiesa ||La tua prossima ossessione. Scoprilo ora