Capitolo 23

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Sento qualcosa attorno a me, guardo il braccio di Andrew avvolgermi. Rimango sorpresa che sia ancora così appiccicato a me, ma devo dire che non mi dispiace, nemmeno un po'.

Guardo l'ora nel telefono ed è ancora presto, nella casa regna silenzio, non mi aspettavo di essere in questa situazione.

"Lisa" Andrew mi chiama con la voce ancora impastata dal sonno, non ha ancora aperto gli occhi.
"Dimmi"
"Torna a dormire, è ancora presto" questo lo sapevo.
"Devo mettere la sveglia, tu devi andare a scuola"
"Cosa?" Sbotta mettendosi seduto."Io non vado a scuola, finché non torni tu io sto con te, non si sa mai" sorrido per questo suo gesto, ma perderebbe solo ore.

"Guarda che so badare a me"
"No" sorride, mi fa accaldare per così poco, succede troppo spesso.

Mia madre è in ospedale e la bambina non so se sia ancora viva.
Questa storia mi fa risorgere gli ultimi momenti con papà, prima che la morte lo portasse via con se, d'istinto mi scende una lacrima.

"Ehi, cosa succede?" Lui mi può capire, ha perso tutti e due i genitori e solo lui sa come mi sento ora.
"Ho paura Andrew, e se perdo anche lei?
Mio padre non c'è più ed era l'unica persona che dava un senso a questa vita. Da quando lui non c'è  sono tutti cambiati, mamma, gli zii e i nonni. È tutto andato in peggio, e i problemi hanno iniziato a vincere su di noi.
Tu mi capisci, capisci cosa significa non avere una figura paterna, sai cosa sto passando è meglio di me.

La malattia l'ha portato via da me, e non ho nemmeno potuto dirgli addio, a volte, durante la notte, faccio un discorso mentale facendo finta di parlare con lui, raccontando come stava andando.
Quel giorno dovevo andarlo a trovare, ma è morto cazzo. Ero distrutta, sono stata mesi per tornare a mangiare e a vivere." Piango, non riesco a trattenermi.

Andrew mi prende e mi tiene in un abbraccio, è come essere a casa, in una sicura casa.

"Non riesco a vederti così, capisco come tu ti senta.
I miei sono morti, doveva essere un semplice viaggio in machina per andare qua in città, ero arrabbiato con loro, per un capriccio da bambino. Dovevo andare con loro, ma ero incazzato nero e non ho voluto uscire. Passavano le ore ma non tornavano, finché un poliziotto non bussò alla porta e mi portó con lui dai miei nonni.
Ero così ingenuo che credevo che i miei genitori fossero andati a protestare contro gli agenti in modo che loro potessero mettermi in castigo.

Continuavo a dire che li odiavo, che non c'era motivo che loro fossero qui, però, entrai in una stanza dove c'era nonna. Era seduta per terra, piangeva talmente forte che mi si spezzò il cuore, mi avvicinai e le dissi perché piangeva, sai cosa ha detto? Ha detto che aveva appena tagliato le cipolle. Io ci avevo creduto.

Mio nonno era in garage e mi fece accendere l'auto, non ha mai voluto che lo facessi. Lì mi sono spaventato. Ricordo che ho detto a mio nonno se avesse litigato con mia nonna, l'avevo vista piangere, lui si girò e rimase immobile a fissare il muro.
Ma proprio quando mi accorgo che non lo sta fissando ma che sta piangendo, iniziai a capire piano piano.

'Nonno dove sono mamma e papà?' Dicevo, ma lui non rispondeva e mi ha lasciato lì.
Sentì un colpo forte, assomigliava tanto ad una pistola.
Trovai mio nonno con un buco in testa, un'arma puntata addosso, mia nonna che scongiurava di lasciarmi.

Bum, un'altro colpo.

Quando aprii gli occhi, la persona davanti a me era sparita e mia nonna era a terra. Erano morti anche loro.
Un poliziotto corse, ma era troppo tardi, io ero in lacrime e il poliziotto mi disse che dovevo farmi forza, i miei genitori e i miei nonni non c'erano più.
Da lì ho dovuto lottare da solo contro tutti, sono cresciuto da solo.
Questo poliziotto fino all'età di 15 anni mi ha tenuto con lui, ma io avevo deciso di trovarmi un lavoro, ed ecco..." Sospira.

"Ecco, io lavoravo come schiavo, facevo tutto quello che mi dicevano di fare e se obbiettivo o sbagliavo qualcosa, mi picchiavano. Ecco perché ora sono così"

Rimango a bocca aperta, sono sconvolta. Non avevo idea di quello che aveva dovuto passare lui, non ha potuto dire ai suoi genitori niente e nemmeno ai suoi nonni. Io sapevo che mio padre prima o poi moriva, ma lui non aveva preavviso, a soli 15 anni ha iniziato a fare tutto da solo, io non ci riuscirei.

Una piccola lacrime scende nel viso di Andrew, lo abbraccio.
"Ci sono io qua con te, quei momenti brutti sono il passato okey? Loro, sono qua con noi, sanno quanto li ami e sanno che adesso faresti di tutto.
Hai troppe cose sulle spalle, insieme ce la faremo okey? Io per te e tu per me." Dico tutto senza distaccate l'abbraccio, questo è uno dei momenti più importanti.

"Ma Sophie dov'era?" Non l'ha mai detto.
"Sophie non è proprio mia sorella, questo poliziotto aveva una figlia, ed ecco era lei. Noi ci vediamo come fratelli e vedo l'uomo che mi ha salvato e la donna della sua vita come secondi genitori." Rimango, ancora una volta stupita.

"Ma chi li ha uccisi?"
"Non hanno ancora trovato il colpevole" annuisco e cambio discorso, so che fa male ed è meglio non dilungare la cosa.

Tra una chiacchierata e l'altra si fanno le 5 di mattina, e io sento di nuovo il sonno e sembra che anche a lui non dispiaccia dormire.
In un batter d'occhio mi addormento con Andrew al mio fianco.
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La luce delle finestre mi sfiora gli occhi, con un leggero fastidio mi sveglio.
Andrew è ancora al mio fianco, anche se per un momento credevo che se avessi toccato il lato lui non c'era.

Mi alzo dal letto, ancora troppo stanca, cercando di fare meno rumore possibile in modo da lasciarlo dormire.

Mi avvicino alla sala e vedo il poliziotto, che ci ha tenuto sotto controllo, seduto sul tavolo.
"Buongiorno signore" fa un leggero salto per lo spavento.
"Buongiorno signorina Smith, dormito bene?" Annuisco e prendo una tazza di caffè.

"Vuole una tazza di caffè? Sarà stanco e le farà bene" annuisce e io gli porgo una mega tazza.
"Avete notizie?"
"Io al momento no, ma probabilmente il mio capo avrà qualche indizio. Ieri mi ha comunicato che sarebbe venuto in giornata" annuisco.

"Possiamo darci del tu? Dopo tutto dobbiamo stare insieme un bel po' di giorni" sorride e io rido.
"Certamente, come ti chiami di nome?"
"Karen, so che è un nome da donna, ma i miei probabilmente erano ubriachi." Ride e io mi unisco

Dopo circa dieci minuti Andrew ci raggiunge e iniziamo a scherzare e a parlare del più e del meno.

Quando la porta si apre vedo Andrew irrigidirsi e vedo chi non vorrei vedere sulla soglia della porta. Lucas. Come ha le chiavi?

"Scusa, come sei entrato!?" Lui continua a guardarci terrorizzato, ma prima che possa dire qualcosa, qualcuno gli tira un pugno in faccia. Andrew non era più seduto vicino a me.

The house (#WATTYS2017) La tua prossima ossessione. Scoprilo ora