Capitolo Quattro || Il collezionista di insulti

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Alessandro Rina, era sempre stato un bel ragazzo. Apprezzato da chiunque ci avesse a che fare.
Dal carattere bello e tenebroso, riusciva sempre ad attirare l'attenzione su di sé.

Mattia se lo ricordava bello. Bello da star male. E non contava nemmeno sulle dita delle mani le volte in cui si era ritrovato a fantasticare su di lui, su quanto fosse perfetto, gentile e bello.
Perfetto.

Ricordava il sé stesso di due anni prima uscire insieme al suo ragazzo, tenendolo stretto e sfoggiandolo come un gioiello.
Come si fa vedere qualcosa di incredibilmente bello e raro, che solo tu possiedi e gli altri possono solo guardare, ammirare, ma non toccare.

Si ricordava il sorriso a trentadue denti che gli contornava il viso, ogni volta in cui doveva presentare a qualcuno Alessandro.
Ricordava come la frase "È il mio ragazzo" lo facesse impazzire. Come calzasse bene tra le sue labbra. Come fosse semplice sillabare lettera per lettera.

Ricordava come Alessandro lo riempisse di attenzioni. Di regali. Di carezze. Di belle parole.
Di come lo avesse innalzato, a soli sedici anni, su un castello così bello, prezioso e alto, che non si sarebbe mai immaginato una vita al di fuori.

Perché, che senso ha immaginarsi un piano B quando quello A è così perfetto?

Si ricordava le facce dei suoi amici, quando con fierezza diceva che il suo fidanzato fosse grande. Che lavorasse, e che di conseguenza non avesse tempo per perdere tempo e fare cose tipo andare in giro per negozi. Di quanto fosse serio, di quanto fosse responsabile.
Portava la macchina e non beveva se c'era qualcuno a bordo. Nemmeno una birra.

E ricordava i battiti accelerati quando si sentiva dire che fosse fortunato, a stare accanto ad un ragazzo come Alessandro. Che doveva tenerselo stretto, e prendersene cura.

Prendersene cura.

Avrebbe tanto voluto essere trattato con cura anche lui.

Lui era sempre stato così tanto attento agli altri, a quello che pensavano riguardo la sua relazione, la sua carriera da ballerino, la sua vita scolastica e sociale. Era sempre stato gentile con tutti, perché era nella sua indole. Non lasciare mai nessuno indietro, e cercare di fare sentire tutti importanti.
Perché per lui, a sedici anni, tutti i giudizi erano importanti.
Tutte le persone della sua vita, erano sacre.

Quindi se c'era bisogno correva. Se c'era da mettersi da parte, si metteva all'angolo. Se qualcuno necessitava il suo aiuto, mollava tutto e si rendeva utile.
Perché odiava rimanere fermo a guardare gli altri soffrire. Odiava essere impotente sulla vita altrui.
Quindi a qualsiasi orario, in qualsiasi momento, e al cento percento delle sue possibilità, Mattia Zenzola non abbandonava nessuno.

Ma nessuno, al momento del bisogno, c'era stato per lui.

Nessuna di tutte quelle persone che alle undici di sera gli chiedevano le foto degli esercizi del giorno dopo. Nessuno tra quelli che gli chiedeva favori, anche al triplo delle sue esigenze.
Nessuno dei suoi compagni di classe.
Nessuno dei suoi amici.
Nessuno dei suoi compagni di ballo.
Alessandro, di cui si era sempre preso cura, non c'era.

Ed in quel momento, a sedici anni, si era reso conto di quanto non si fosse preso cura di sé stesso. Di quanto avesse sempre avuto belle parole, attenzioni, sguardi e pensieri per tutti, ma che in quel momento, quando ad averne bisogno era lui, non riusciva a fare niente se non stare zitto.
In silenzio.

Nessuno vuole essere Robin La tua prossima ossessione. Scoprilo ora