Capitolo Tre || Mattia...Quel Mattia?

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La Punto nera sfrecciava svelta per le strade bergamasche, facendo slalom tra coppiette e giovani che vivevano la prima delle tante serate, per almeno tre mesi, senza il pensiero della scuola.

Mattia guardava il cellulare, controllando di tanto in tanto di essere giusti con l'orario. Spegneva. E ricontrollava ancora.
Riponeva il telefono nella tasca della giacca blu che aveva accuratamente scelto, poi si sistemava la camicia, e toglieva le pieghe dal pantalone.
Passava la mano tra i capelli. Li scompigliava e li riordinava.
Si sentiva nervoso, senza alcun motivo.

"Peggio di Federica" Aveva commentato Saverio, suo fratello. Abituato a combattere con sua moglie che evidentemente aveva il brutto vizio di guardarsi e riguardarsi allo specchio come lo aveva lui.

Non usciva da troppo tempo, e quelle ultime volte in cui era successo non c'era stato nessuno ad accompagnarlo.
Si era sempre abituato a prendere i mezzi, o a chiedere ai suoi amici di dargli uno strappo. Ma mai aveva chiesto in casa. Invece quella sera Giulia non aveva accettato repliche: Mattia doveva essere accompagnato. Andata, e ritorno.

Così ci era finito suo fratello di mezzo.
Si vergognava e non poco, a farsi trasportare da suo fratello maggiore a quasi diciotto anni, dopo tanto tempo di autonomia.
Ma in fin dei conti quella paranoica di sua madre era già tanto che gli avesse concesso di uscire, e lui d'altro canto era già troppo in ritardo per scendere a patti.

"Matti" Saverio lo aveva richiamato "Sei sicuro? Non è presto?"

Il minore gli aveva sorriso.
"È tardi invece"

"No, se non te la senti..." Cercò dentro di sé le parole più adatte "Mattia, non devi dimostrare niente a nessuno. Se vuoi stare a casa perché ancora non te la senti, Dario lo capirà"

Con calma si slacciò la cintura di sicurezza, e aprì la portiera della macchina.

"Io sono pronto"

Dall'espressione di suo fratello maggiore, Mattia
colse subito di non averlo affatto tranquillizzato.

Saverio era fatto così.
Ormai aveva una sua famiglia, un lavoro, dei problemi, ma la sua indole protettiva non era affatto cambiata né nei suoi confronti né in quelli di Daniele, il più piccolo dei tre.
Saverio, per quanto non più fisicamente in casa con loro, sembrava non essersene mai andato.

Da quando aveva subito quell'incidente, era diventato molto più presente di quanto già, metaforicamente, non fosse.
Veniva a trovarlo tutti i giorni, nessuno escluso, anche soltanto per dieci minuti - Con una figlia appena nata non poteva fare altrimenti - e cercava di farlo aprire, vuotare il sacco, ma davanti gli aveva sempre fatto trovare un muro.

Un muro che per tanto tempo non aveva avuto nemmeno il coraggio di guardare, credendo che se avesse nascosto con cura la polvere sotto al tappeto, prima o poi si sarebbe dissolta.
Come per magia.

Ma Saverio non se n'era mai andato, nessuno aveva smesso di porgli le stesse domande e quella dannata polvere che tanto gli dava fastidio era ancora lì.

"Sono stati due anni tosti" Iniziò, mettendo le mani davanti come a volersi difendere, sebbene fosse già sceso dalla macchina di suo fratello e nemmeno volendo avrebbe potuto toccarlo "Sono stato in ospedale, ho lasciato scuola, ho perso i miei amici e non ballo più. Due anni, Savè" Non voleva rovinarsi l'umore, ma ormai aveva imparato ad accettare la realtà. Che l'età per nascondersi fosse passata, e che si fosse trascinata via tutta l'innocenza che prima di quell'evento lo contraddistingueva.

"Io non dico andarmi a ubriacare in un locale, mi faceva schifo pure prima. Però la danza, no. Prima o poi vedrò i miei ex compagni di ballo vincere i mondiali a cui avrei dovuto partecipare io. E vedrò la mia partner ballare con un altro. Quando quel giorno arriverà, perché arriverà e lo so da tanto, voglio aver superato questo ostacolo"

Nessuno vuole essere Robin La tua prossima ossessione. Scoprilo ora