Capitolo 58

68 11 43
                                        



Il sole è più basso al mattino, me ne accorgo dalla luce che filtra attraverso le persiane della finestra in camera mia. Fino a un paio di settimane fa i primi raggi mi colpivano in viso, adesso no.

Un'altra nottata in bianco. Avrò dormito un paio d'ore in tutto, tra un risveglio e l'altro. Francesco è sempre presente nelle mie immagini notturne. Mi starà pensando? Mi chiederà di aiutarlo e come? I suoi amici avranno appreso la notizia? Perché nessuno si fa sentire?

Sono già cinque giorni che sta chiuso lì dentro. Dio, mi scoppia la testa.

Sento mamma scendere in cucina. La raggiungo.

«Alba... Hai un aspetto terribile». Si avvicina, mi abbraccia. «Tesoro, non puoi distruggerti così».

Non riesco a trattenere le lacrime. Strofino una mano sul viso umido.

«Non so cosa fare, non so come aiutarlo», mormoro con voce tremula.

«Non puoi fare niente, Alba. C'è la sua famiglia, il suo avvocato».

La sua famiglia... Solo Rosaria si sta interessando a lui, e Carmela, in quanto ha un marito avvocato, ma gli altri a quanto pare non se ne stanno curando.

«Dai, fai colazione con me, mangia qualcosa. Consumarti così non ti sarà d'aiuto».

Mi avvicino con poco entusiasmo al tavolo, sposto la sedia e mi metto seduta. Non ho fame, non ho voglia di niente. Mi mancano le colazioni gioiose insieme a lui, la varietà di frutta sparsa sul tavolino, i dolcetti, il caffè caldo condiviso. I baci tra un boccone e l'altro. I nostri corpi nudi a oziare sul terrazzo assolato.

Mi sorprendo a pensare che avevo sempre fame quando stavo da lui, certo, di energie ne consumavamo, ma non era solo quello, era lo spirito che ci avvolgeva. Uno stato di grazia.

Mamma esce e, mentre varca la soglia della porta, mi guarda ancora una volta. «Alba, prenditi cura di te, tu vieni per prima, ricordalo» poi, se ne va.

Rimango per qualche secondo a fissare la porta chiusa. Sono di nuovo sola in questa casa. Torno su in camera. Dovrei riordinare, pulire, rassettare, ma nel letto ho lasciato ancora le lenzuola dove abbiamo dormito insieme. Mi distendo e avvolgo il corpo tra il cotone leggero. Allungo la mano per prendere il suo braccialetto di cuoio, lo annuso, sa un po' di lui. Lo stringo al petto.

Io non mi sento più intera senza di lui, questa è la verità. È come se il mio essere risultasse scomposto: il corpo da una parte, l'anima da un'altra e i pensieri, il lavorio cerebrale da un'altra ancora.

Abbiamo vissuto un breve periodo di un'intensità unica. Ci siamo spogliati delle nostre resistenze un po' alla volta, abbiamo costruito la fiducia un pezzettino ogni giorno e, quando eravamo a un passo dal dichiararci l'amore che ci lega, me lo hanno strappato via.

Il nostro è stato un amore ostacolato fin dall'inizio. Dai mille dubbi che il suo stile di vita ha insinuato in me; dal disappunto delle mie amiche; dall'impegno che avevo preso con Bruno e, Dio sa quanto ho sofferto per questo, quanto mi sono sentita perfida al punto di aver pensato di meritarmeli quegli schiaffi! E ho provato un tale senso di colpa e paura, da credere che fosse giusto interrompere ogni contatto con lui.

Ma quella mattina, quando è entrato qui in casa, averlo così vicino, presa com'ero dallo sconforto più nero, vederlo preoccupato, apprensivo e premuroso e le sue parole che, seppur nascoste rivelavano promesse, io ho capito che da quel momento non avrei potuto fare più a meno di lui e ho provato dolore profondo, dopo, per quanto gli stava accadendo, perché, ne ero certa, la causa potevo essere io e la mia rottura con Bruno.

Quell'Estate sull'OceanoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora