Le mie dita tra i capelli di Francesco hanno un effetto calmante. Le faccio scorrere in mezzo alle ciocche scure, morbide. Sono forti i suoi capelli, abbondanti, primitivi. Credo che questo gesto, ripetuto in successione, come quando si intona una cantilena, solleciti la produzione di endorfine, quei particolari ormoni che il nostro corpo secerne durante una situazione di tranquillità, appagamento, piacere. Si è rilassato anche lui. È rimasto così, con mezza faccia affondata sulle mie gambe, come fosse assopito. Ed è con un tono surreale, quasi estraneo a tutto quello accaduto poco fa, che io gli dico: «Fra', te ne devi andare da qui».
Forse è proprio a causa della strana voce che ho usato, o il movimento delle mie mani fra i suoi capelli ha provocato lo stesso stato in lui, che alza la testa e mi guarda con quegli occhi languidi. «Perché?» Il suo tono sa di stupore e innocenza.
Provo a imprimermi nella voce un timbro emotivamente distaccato. «Non devi venire qui... Non devi venire più».
Si rimette dritto, allunga una mano sul mio viso. «Alba, non mi escludere».
Chiudo gli occhi. È troppo da sostenere per me, in questo momento. «Non capisci? Non capisci che ho paura... Per me, per mia madre... E pure per te».
Continua ad accarezzarmi lì, dove le tracce sulla pelle raccontano l'esperienza terribile di ieri.
«Hai paura che quel vigliacco possa farmi qualcosa? Bene, non aspetto altro».
«Smettila!» Non posso immaginare uno scontro tra loro due. Lo rifiuto sia come immagine che come concetto. La violenza non la sopporto. Nella nostra famiglia non è mai entrata.
«E invece sai cosa penso? Che dovresti salire sulla mia auto e dovremmo girare per tutte le strade della città!» Dice, animandosi.
«Non dirlo neanche per scherzo!» La mia voce vibra, un pensiero del genere mi riempie di terrore.
Lui se ne accorge e ritorna ad essere dolce. «Vieni da me».
Scuoto la testa. «E lasciare mamma qui da sola? Dopo quello che ha fatto? Non se ne parla».
Mi accarezza il collo, con l'altra mano prende la mia. «La devi superare questa cosa, Alba. Ricordi? Non ho mai conosciuto una forte come te».
In questo momento, quella Alba di cui parla non la riconosco più. «Quello non era il Bruno che conosco, quello era una belva indemoniata. Mi avrebbe ammazzata!» Sussurro quelle parole con voce tremante, non voglio che mia madre senta. A rievocare quell'immagine mi assale di nuovo la paura e tutte le endorfine di poco fa vengono spazzate via.
Prende di nuovo posto accanto a me. Mi stringe forte. «Allora resto qui, non ti lascio».
«No, no. Ho detto che te ne devi andare!»
«Non lo pensi davvero».
«Te ne devi andare» ripeto come una nenia antica «la nostra storia, semmai c'è stata, non ha futuro. Io mi trasferirò, tu hai i tuoi progetti, hai detto che andrai in Inghilterra. Siamo comunque destinati a separarci». La mia voce diventa di ghiaccio.
Mi fissa negli occhi, con sguardo liquido. Forse, solo adesso, per la prima volta, si rende conto del peso che hanno queste parole, un concetto a cui lui aveva assegnato scarsa rilevanza per il suo approccio libertario alla vita.
«Allora partiamo! Sei una donna libera adesso, no? Il fetuso è uscito allo scoperto».
Scuoto la testa. Lo guardo con occhi tristi. «Non è possibile, adesso. Non più».
«Perché?» Chiede disperato. «Non volevi sapere quanto ci tengo a te? Te l'ho appena detto...» Mi prende il viso tra le mani. «Te lo sto dicendo, Alba» sussurra.
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Quell'Estate sull'Oceano
Roman d'amourIn revisione C'è Alba. Giovane, solare, con un approccio positivo alla vita, ma anche critico. C'è il suo amore per Bruno e la volontà di vedere realizzati i loro progetti insieme. Il clima sereno che le offre la sua famiglia la incoraggia a perseg...
