Volevo molte più spiegazioni di quante Tehor fosse disposto a darmene.
Non mi aveva più detto nulla dopo che aveva fatto quella rivelazione e a niente servivano le domande che gli ponevo. Mi ignorò e finì in silenzio di tagliare e sistemare la legna.
«Vuoi dirmi perché hai detto che c'è un portale sotto la gilda?» chiesi per l'ennesima volta.
Lui si pulì le mani sulla tunica verde, lasciando lunghe strie di sangue misto a polvere.
«Sei ferito».
Tehor si guardò le mani come se avesse notato le escoriazioni solo dopo che gliele avevo indicate. Si tolse un paio di schegge dai palmi in modo annoiato. Per lui era un dato di fatto, qualcosa che aveva messo in conto.
«Tagli e vesciche di poco conto. Mi curerò più tardi con la tenobora».
Avevo fatto uso di quella pianta in alchimia. Le sue proprietà curative erano ben conosciute da secoli e un impacco gli avrebbe calmato il dolore e accelerato la guarigione delle ferite.
Chi non aveva un mago in famiglia aveva sempre un barattolo di tenobora in casa. Però Tehor poteva contare sulla sua magia.
«Non essere idiota» sbottai, prendendogli la mano. Aveva dei tagli aperti sui palmi dove prima c'erano le vesciche. «Come pensi di poter fare qualcosa in queste condizioni?».
Gli toccai la mano con delicatezza, temendo di fargli male. Aveva dei calli in punti quasi uguali ai miei e non c'era bisogno di chiedere per sapere che aveva fatto uso della spada, ma a quanto pareva non erano bastati a proteggerlo dal manico dell'ascia.
Lui si ritrasse irritato, ma lo trattenni con la forza.
«Non è un tuo problema».
Era uno stupido. Poteva curarsi con la magia e fare in modo che non gli rimanessero le cicatrici, eppure continuava a infliggersi dolore in una sorta di punizione che capiva soltanto lui.
«Visto che abbiamo una tregua possiamo dire che sia un problema mio. La mia libertà dipende da quanto velocemente apprenderanno i bambini. Se sono preoccupati per te non impareranno niente. Mettiti nei panni delle persone che ti vogliono bene».
Tehor alzò un sopracciglio, mentre ricorrevo alla mia magia per curarlo. I peli chiari delle sue braccia si rizzarono come succedeva sempre a me, ma non si mosse durante la guarigione.
«Una strana scelta di parole, la tua. "Mettiti nei panni delle persone che ti vogliono bene." Cosa dovrebbe significare?» chiese con un mezzo sorriso.
Sbuffai. «Niente di quello che potresti aver pensato. Ti affogherei in un fiume se potessi, ma detesto vedere i bambini piangere».
Aprì e chiuse le mani, saggiando il lavoro che avevo fatto. «La tua guarigione è veloce, ma poco accurata. Riesci a riparare i tessuti, ma li lasci rigidi».
«La prossima volta arrangiati» ringhiai.
«È quello che avrei fatto, se tu non avessi insistito tanto. Ora vieni, ho il tetto da controllare».
Non mi mossi di un passo. Continuava a darmi ordini senza degnarmi di una spiegazione.
Visto che non voleva il mio aiuto poteva arrangiarsi.
E poi, mi doveva un grazie.
«Uccellino, non ho alcuna intenzione di lasciarti da sola; non con mia madre vicina. Puoi seguirmi spontaneamente o ti darò un'altra botta in testa».
Incrociai le braccia e continuai a non muovermi. Sentivo la terra muoversi sotto i miei piedi, segno che stava perdendo la pazienza, ma c'era una cosa che volevo da lui. Almeno quella me la doveva. «Sto aspettando».
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Vento
FantasyNel Regno di Lanica, la magia degli Spiriti scorre ancora nel sangue degli uomini, ma la pace è solo un'illusione dorata. Rinmose è una novizia dei Maghi del Vento. Per lei, la Gilda non è solo un'istituzione: è casa, famiglia, onore. Ma le sue ce...
