Capitolo 54: Guerra aperta

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Lui


Credevano che non me ne fossi ancora accorto e, invece, è stata la prima cosa che ho notato sabato mattina non appena sono uscito fuori dal mio studio fotografico. I miei Ray-Ban hanno fatto in modo che la mia espressione irritata e corrucciata fosse ben nascosta ma, per la mia mascella ben più che serrata, non c'è stato molto da fare.

Il graffio, lungo sei centimetri e ben marcato, si trovava accanto alla maniglia del conducente e spiccava alla luce del sole, come se fosse anche lui in attesa di vedermi.

E' evidente che non è stato un graffio accidentale. E' stato Collins a farlo, gioca sporco, il figlio di puttana. Mi chiedo quando l'abbia fatto, forse quando sono entrato in quel maledetto Bar o quando ero dentro la stanza rossa, molto più probabile, considerando quanto tempo ho perso lì dentro.

Non nascondo che la cosa non mi abbia fatto incazzare come una stupida bestia, ma ho dovuto mantenere la calma fin quando sono arrivato a casa, e poi mi è bastata una semplice telefonata a quel mio vecchio amico del college, che si è aperto la sua officina meccanica appena finiti gli studi, per risolvere la questione.

Adesso, di lunedì pomeriggio, sono nuovamente appollaiati sugli scalini della sala giochi e –lo sento- stanno tutti aspettando la mia reazione in silenzio. Sperano nella rissa, lo so.

Derek, come se avesse riconosciuto il rombo della mia auto, appare dal nulla sulla soglia con addosso una delle sue infinite tute. Ce l'ha scritto in faccia che è stata opera sua e che, da giorni, non sta facendo altro che aspettare questo momento.

Prendo le sigarette e il portafogli dal portaoggetti e, con un sorriso malizioso e forse anche un po' cattivo, scendo dall'auto.

Anch'io aspettavo con ansia questo momento.

Il baccano che esplodeva fino a qualche secondo fa è scomparso, sembra quasi che tutti stiano trattenendo il respiro come quando si fa l'istante prima che scoppi un petardo.

E invece no, non succede nulla. Non ancora, non è ancora il momento.

I leggeri raggi del sole pomeridiano mi accarezzano il viso e sento che il mio sorriso, da malizioso e cattivo, si trasforma in qualcos'altro. In momenti come questi, dove non so mai cosa aspettarmi, sento la presenza di mio nonno con una tale forza da impressionarmi. Sempre pronto a dimostrarmi che, anche se da lontano, sarà lui a sorreggermi.

Prima di attraversare, con un gesto del tutto teatrale, l'ho ammetto, mi piego leggermente sulle ginocchia e con un espressione corrucciata mi lecco il pollice destro passandolo con cura dove prima c'era il graffio. Sentire il suono stridulo che la mia pelle emette a contatto con lo sportello mi da una carica e una soddisfazione immensa.

Non appena mi sento soddisfatto sono pronto ad attraversare e mi basta un rapido sguardo per cogliere la reazione di quella feccia di Collins e dei suoi amici. Hanno tutti occhi e bocca spalancati per lo sgomento, la loro espressione è un mix tra il divertimento, l'irritazione e la sorpresa.

Ma non Derek, lui non è divertito. Oh no, affatto.

Ha gli occhi socchiusi e neri fissi su di me, la mascella che sguizza, la postura tesa. E' incazzato nero.

Perché non l'aveva ancora capito che, io, non sono un tipo che si arrende facilmente. Per dirla tutta, io non mi arrendo mai.

Beh, a questo punto, penso di essere stato abbastanza chiaro. Può pure prenderla a martellate, la macchina, tanto sarà sempre con me con cui tornerà a farsi i conti.

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