Capitolo 67: Siamo solo amici, papà

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                                                                                                 Lei 


     Seduta in macchina accanto a mio padre aspettiamo che Gioia esca dall'ufficio, dove lavora come segretaria, per tornarcene a casa.

La tensione che mi trasmette mio padre, probabilmente senza volerlo neanche, non mi permette di rilassarmi quanto vorrei dopo un duro allenamento come quello di oggi.

Ha assistito ai miei cinque combattimenti di fila e, ogni volta che incrociavo il suo sguardo, mi accorgevo di quanto fosse fiero.

< Ci sono delle facce nuove in palestra. > So che avrebbe voluto farmi una domanda, ma gli è uscita più come un affermazione.

Non appena vede Gioia uscire dallo studio di lavoro ha lo stesso sguardo, un po' intimorito e amorevole.

< Ciao > sbotta lei con un sorriso stanco.

< Ciao Tro' >

A mente lucida non mi permetto di chiamare "troia" mia sorella davanti a mio padre, anche se nei nostri momento di scherzo ogni tanto mi scappa.

< Sapete che si mangia? > chiede Gioia con la sua voce da bambina serena, molto simile alla mia.

Sorrido guardandola, perché ha spesso un grande appetito ma riesce ugualmente ad avere la pancia piatta e tutte le curve al posto giusto.

< Che c'è? Sono grassa, vero? Stai pensando che sono grassa. Dimmelo Mia, non ci resto male. >

Alzo gli occhi al cielo < tutt'altro > sbuffo.

< Chi era il ragazzo con cui stavi parlando? Lo conosco? >

E' come se mi fosse arrivato un secchio di acqua gelata addosso perché, dopo qualche battuta con Gioia, ero tornata a rilassarmi; per cui fingo di non aver capito.

< Mia stava parlando con un ragazzo? Giuralo papà, non ci credo! >

Lancio un occhiataccia a Gioia che, evidentemente, stasera ha proprio voglia di divertirsi a mie spese.

< Chiedilo a lei, chi è questo. Non credo di averlo mai visto in palestra > fa una pausa < è il tuo fidanzato? >

< Papàà!? > mi sento il volto in fiamme, cielo è così imbarazzante!

< Allora? E' il tuo fidanzato? > Insiste mentre i suoi occhi si chiudono a fessura, la cosa si mette male. Gioia alle nostre spalle inizia a ridere.

Che gran cafona che è, io qui che sprofondo di vergogna e lei che se la ride.

< Ma no che non lo è, papà! E' mio amico, si chiama Victor. >

< Un tuo amico? > ripete < e quanti anni ha? >

< Ventuno. >

< Come fai ad avere un amico di ventun anni tu? >

Alzo gli occhi al cielo < Ma papà, ho diciassette anni, mica dieci. >

Lancia a Gioia un occhiata indagatrice dallo specchietto retrovisore < tu lo conosci? >

< Si. >

< Che tipo è? >

< E' un tipo in gamba, papà. Davvero, non c'è alcun bisogno che tu ti preoccupi. >

Al solito riflette sulle parole di Gioia, prendendole molto seriamente. Non capisco perché non può semplicemente fidarsi di quello che gli dico io.

< Non capisco perché ti preoccupi tanto. Ho detto che è mio amico, mica il mio fidanzato. >

< Si si > sussurra. Mi sembra di aver sentito un "vedremo", ma non ne sono molto sicura.                                     

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