Capitolo 25 (I). La ferita di Andrea

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Marco, manco a dirlo, in pochi giorni si conquistò il plauso dei superiori e la nomea di genio tra i colleghi; lo isolarono, ma tanto ci era abituato; l'epoca dei social era di là da venire e, quando non aveva nulla da fare, giocava a campo minato o solitario.

A inizio maggio posò sul tavolo il primo assegno di fronte a una dose doppia di "spaghetti alla Marco"; «micia, guarda!», disse mentre li arrotolava come se non mangiasse da una settimana, «ottocento per metà mese!»

«Gattino attento!», Anna, meno desiderosa di spaghetti, specialmente quelli "alla Marco", lo spostò, «stai schizzando il burro.»

Egli continuò a parlare con la bocca piena: «domani andiamo in banca e apriamo un conto insieme, OK?»

«Sicuro?»

«Sicurissimo», prese una fetta di pane per raccogliere il burro al fondo.

«Avevi fatto così anche per Ilaria?»

Marco rimase con il pane fermo; «certo è mia sorella, però per noi è diverso», le prese la mano, «mi fido di te.»

«Anch'io», Anna gliela strinse.

***

Ilaria, finalmente, prese peso e la dottoressa non fece altro che darle appun- tamento per il parto; all'ottavo mese riusciva ancora a essere autonoma, ma, per la scuola, Andrea la accompagnava in auto.

Un giorno di fine aprile le disse all'uscita: «sai la novità? Ho preso accordi per la tesi.»

«Bravo!», Ilaria si allacciò la cintura, «su cosa?»

Andrea prese una sigaretta e spinse l'accendisigari; «poesia dialettale genovese tra settecento e ottocento, passerò tanto tempo in Archivio; sai, le cose di una volta, carta, penna e calamaio.»

«Ma che bello!», Ilaria gli pose una mano sulla gamba, «poi me ne leggi qualcuna?»

«Non devi fare finta; non sono come tuo fratello genio dei computer e del fai da te», l'accendisigari scattò e Andrea si fermò a un semaforo.

«Non pensare a Marco mio; voglio che tu creda in te stesso; con te le capisco di più che con la professoressa.»

«Oh, una cosa di me che ti piace, non me l'avevi mai detta», Andrea si voltò a guardarla; c'era qualcosa in lei che lo attraeva tanto, forse quell'aria di fragilità che aveva in quegli ultimi giorni di gravidanza: un pancione su un corpo ancora esile di ragazza, da proteggere.

«Ci sono tante cose che mi piacciono di te, Andrea», Ilaria gli sorrise e continuò ad accarezzargli la gamba.

Un clacson suonò dietro.

«Oh, mi fai distrarre», ingranò la prima e partì di scatto.

«Non volevo, scusa», Ilaria ritrasse la mano.

«Tienila pure», Andrea gliela prese e la strinse, «mi fa piacere, posso?», le sorrise.

«Certo», Ilaria la lasciò prendere, «non voglio che tu pensi che io sia fredda, è che non voglio illuderti.»

«Ma sembri volermi bene.»

«Tanto, mi hai resa madre», Ilaria con l'altra mano si carezzò il grembo, «io tutti i giorni gli parlo del suo papà: ciao, Emanuele, hai sentito? Papà si laurea!», parlò verso la sua pancia, sorridendo, «hai un papà poeta: carta penna e calamaio.»

Andrea la sentì al loro bambino e gli scese una lacrima; guidava lento nel traffico di punta; «io, Ilaria. . . »,

«Ascolta», Ilaria pose la mano di Andrea sul suo ventre, sotto l'ombelico, «qui c'è la testa, ti ha risposto: vorrà sempre ascoltarti.»

Dolore e Perdono (Parti I - IV)La tua prossima ossessione. Scoprilo ora