Scese; in cucina non c'era nessuno; sentì Maria e Ilaria in sala da pranzo spostare tavoli e sedie e vide gli zii in cortile a fumare.
Anche lì sentì familiarità: stessi mobili e stampe di scene sacre sbiadite alle pareti, il camino all'angolo con i resti di un fuoco acceso di recente, la madia dove Maria impastava.
L'unico oggetto diverso era il televisore, non più un cimelio degli anni settanta, in bianco e nero, ma una normale TV a colori con telecomando.
Vide anche l'aggiunta recente; un telefono rosso a tastiera; pensò che avrebbe dovuto telefonare a sua madre, ma a quell'ora non era in casa. Alcuni libri erano accanto al telefono; li sfogliò, erano di scuola media, di aspetto usato.
Entrò Ilaria.
«Vi posso aiutare?»
«None, assettate, ca tra poco se mangia», gli indicò la poltrona a fianco al camino, il posto del padre.
Marco sollevò un'antologia; «sono tuoi?»
«Sine, dopo mi lieggi 'nu poche?»; Ilaria aprì uno sportello, gli sorrise.
In quel sorriso Marco rivide la bambina che glielo chiedeva; non era scom- parsa, solo trasformata, di nuovo si sentì in colpa; «ti piace ancora?»
«Tu lieggievi accussi' bene»; Ilaria lo vide maturo con il libro, ben diverso dal Marco imbarazzato per il suo corpo.
«Ue' Ilì! Parle doppo cu' fratete!», Maria la chiamò dalla sala.
«Scusa», Marco capì di essere il destinatario della sgridata.
«Sta' llo'», Ilaria appoggiò una pila di piatti al petto, chiuse lo sportello, indicò la poltrona, «mo' veng! », urlò alla madre.
Marco sfogliò il libro per qualche minuto, ma poi sentì delle macchine parcheggiare in cortile, e varie donne, senza bussare, entrarono portando teglie e vassoi, mentre gli uomini rimanevano fuori.
Presto si accumulò sul tavolo un assortimento di cibi pronti, freddi e caldi, vini, colombe e anche uova di Pasqua.
Maria e Ilaria salutavano e ringraziavano, disponevano le teglie in sala, spostarono le sedie dalla cucina, e le presero anche dal piano di sopra dov'erano state per il rosario.
Marco provò timidamente a offrire il suo aiuto, ma ancora una volta gli venne detto di star lì. Aveva ancora l'antologia in mano, ma non leggeva; con la mente rivedeva quella biancheria da donna nel cassetto, e nello stesso tempo vedeva la fanciulla che, malgrado la perdita del padre, ringraziava per qualche uovo di cioccolata.
Tuttavia tutte le sedie di casa non bastarono e molti rimasero a mangiare in cortile in piedi o seduti su un muretto; fu allestito in fretta un buffet portando fuori un tavolo; il tempo era a tratti velato, ma per il momento reggeva.
Marco si sedette vicino a Ilaria, agli zii e a Maria, ma non sapeva come comportarsi. Non credeva che dopo un funerale si mangiasse tutti insieme.
Maria, a capotavola, ancora con il velo nero ripiegato sulla fronte, riceveva condoglianze e comandava ai suoi cognati di affettare salami, aprire forme di formaggio, stappare bottiglie e versare da bere.
Marco guardò Terzo aprire un caciocavallo; si sparse un aroma che gli era mancato.
Ilaria vide che non si serviva; le fece tenerezza, gli prese il piatto e lo riempì di lasagne, ancora fumanti e alcuni ravioli; «mangia, ue' Ma', si' a' digiuno da ier sera.»
Marco sentì il profumo, invitante, di cibo fatto in casa, genuino, «beh, a Napoli ho preso un cappuccino e brioche», prese la forchetta, «però adesso ho fame, grazie, Ili, buon appetito», e, con la bocca ancora piena, guardò il suo piatto vuoto, «ma tu non mangi?»
«Nun te preoccupa' ppe me, nun tenc fame.»
Marco non insistette, spazzolò il piatto e se ne versò ancora.
Ella guardava le proprie mani sul tavolo, pulite ma con i segni del lavoro nei campi; ben diverse da quelle del fratello, bianche e delicate, da studente; fisicamente aveva preso più dalla zia Irene con i capelli rossi, pelle bianca, fronte alta, non ancora barba.
Lo vide mangiare sereno e questo la rincuorò con un sentimento materno; ma, dietro quello, cominciò a sentire anche un'ansia crescente perché in pochi giorni se ne sarebbe andato.
Il pranzo durò a lungo, alle condoglianze si mescolarono auguri di Pasqua, bambini si rincorrevano incuranti del lutto con in mano un dolcino, fette di colomba, panzerotti e cioccolata.
Balduccio, troppo anziano per il caos, dopo aver ricevuto una ciotola di avanzi, andò nella stalla a fare un pisolino.
Continuava a esserci un via vai di persone che non avevano potuto partecipare al funerale; tutti riconobbero Marco e lo salutarono; egli li chiamò "zio-a" o "cugino-a" a seconda dell'età e del sesso e se la cavò; rispose cortese a tutti, ma in realtà era curioso di altro.
Non aveva avuto il coraggio di chiedere a Ilaria se avesse il ragazzo e cercava la risposta osservandola, ma solo ragazze vennero a darle le condoglianze, uscite di scuola, accompagnate dai genitori; una si fermò a pranzo, Antonietta, la sua amica del cuore che viveva lì vicino e che anch'egli si ricordava.
C'erano ragazzi ma distanti, ai quali Ilaria non dava confidenza.
Rasserenato andò nella poltrona del padre a fare parole crociate da una rivista che si era comprato in autogrill.
Ogni tanto Ilaria si avvicinava con un vassoio di fette di colomba o di torta:
«ue' Ma', tene ancora fame?»
«No, grazie, un altro po' e scoppio!», le sorrideva e poi ritornava a giocare. Era importante per lei, voleva conoscerla di più e aspettava che la gente andasse via per parlarle di nuovo.
A Ilaria faceva piacere servirlo, come aveva servito il padre, ma quell'ansia che aveva sentito a inizio pranzo continuò a crescere e cominciò a sentire la necessità di legarlo a sé prima che l'abbandonasse di nuovo.
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Dolore e Perdono (Parti I - IV)
RomanceUna storia di sofferenza e redenzione, una passione ostinata e proibita, tre famiglie coinvolte, trent'anni di storia. Marco e Ilaria, due fratelli divisi da quasi mille chilometri si rincontrano per il funerale del loro padre. Così diversi e così s...
