Verità

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Frank mi mostrò lo studio di tatuaggi, la seconda casa di Dante, le varie opere che avevano realizzato insieme nel corso degli anni; erano tutte appese alle pareti, quadri d'inchiostro e pelle stampati su delle foto, alcuni, altri disegni incisi n...

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Frank mi mostrò lo studio di tatuaggi, la seconda casa di Dante, le varie opere che avevano realizzato insieme nel corso degli anni; erano tutte appese alle pareti, quadri d'inchiostro e pelle stampati su delle foto, alcuni, altri disegni incisi nella carta, ciascuno singolare e inimitabile, gozzovigli di simboli e colori oppure curve leggiadre e morbide di matita, chiazze colorate come lividi oppure acquerelli a stento intravedibili che si scioglievano e univano alla carne.

Non osai ammetterlo a voce, ma nei pensieri trovai il coraggio di farlo. Mentre parlavo con Frank e lui mi mostrava con grande orgoglio i traguardi di Dante, i suoi tatuaggi migliori, con il vanto e l'orgoglio che gli addensavano la voce fino a trasformarla in una lode costante e poetica, non potei che rivedere in lui l'ombra e i richiami di papà.

Il mio papà.

Quello che credevo di conoscere, quando niente sapevo sul suo conto. Il che era crudele, a tratti ingiusto, perché tanto in carattere quanto in aspetto quei due non avevano una sola cosa in comune. Ma posavo i miei occhi su Frank, poi, sull'intricato intreccio con cui le rughe del tempo si rielaboravano in sé per mostrar l'autenticità e fierezza dei suoi sentimenti per quel figlio che figlio non era, e non potevo che rivedere nella foltezza di simili pieghe la stessa di mio padre ogni volta che gli portavo un nuovo piatto, ogni volta che tornavo da scuola con un ottimo voto, ogni volta che ci guardavamo film insieme.

Anche il suo modo di parlare riesumava simili memorie; per quanto dialettale, di tanto in tanto sgrammaticato, Frank ricordava ogni successo e fallimento di Dante, non s'inclinava mai troppo a favore del primo o a sfavore del secondo, entrambi gli stavano in cuore con orgoglio eguale e così li mostrava.

Temevo dirlo e addirittura pensarlo, ma ero consapevole di cosa stavo facendo, seppur in maniera inconscia.

Mi stavo ancor più aggrappando a quel filo d'Arianna, proprio come una volta, stavo rievocando i giorni vissuti a seguirlo nell'ignoranza perché presto sarebbe stato reciso per sempre.

Forse Frank lo intuì, non saprei, ma mentre mi mostrava l'ultimo fascicolo coi suoi disegni più nuovi, sul tavolino nella sala con i sedili in cui operare, mi domandò: «Tu non hai tatuaggi, giusto, Agatha?»

Guardai il fascicolo aperto, il disegno sulla pagina sinistra che mostrava un albero della vita dalle mele così rosse e succose che avvertii lo stomaco lamentarsi affamato. «No» sussurrai con voce sottile, «ecco... per la mia fobia... ho difficoltà a venir toccata, ancor più con strumenti simili» spiegai dopo un secondo di esitazione, «però... un tempo sognavo di farne uno con... Betsy, la mia amica... volevamo tatuarci la data in cui ci eravamo sconosciute a scuola, anche se...» Mi bruciarono gli occhi per la presa di consapevolezza che adesso parlare di mia sorella non era più un tabù che mi auto imponevo, non c'era più un veleno automatico pronto a uccidermi, se provavo a nominarla. «Non credo di volerlo più fare... senza di lei.»

Lui mostrò un sorriso mesto, guardò le mele dell'albero che stavo toccando con le dita, attraverso il sottile strato in plastica del foglio e i miei guanti. «Beh» commentò infine, «se non ti senti più di fare quello, puoi sceglierne un altro sempre per lei, semmai lo vorrai, in futuro. Dante, alla fine, riesci a toccarlo, giusto?»

Ignobili affettiDove le storie prendono vita. Scoprilo ora