L'ultimo martedì

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Furono giorni caotici, quelli che susseguirono alla verità di mio padre

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Furono giorni caotici, quelli che susseguirono alla verità di mio padre.

Fiduciosa della promessa che mi aveva fatto, di morire il 5 agosto, mi diedi il permesso di concentrarmi su altro che non fosse solo lui.

La mia vita di ogni giorno: le mie tre D, i miei amici, le varie compagnie che avevo conosciuto in quell'anno e mi affiancavano ad oggi.

Per andar avanti, mi posi alcuni obiettivi.

Il primo fra tutti fu far sì che i gemelli non rimanessero indietro coi compiti e i voti, così che le loro vacanze estive non venissero rovinate.

Un'impresa titanica.

Mi dolse il cuore ammetterlo, ma Betsy, sotto fin troppo aspetti, era più facile di loro da addomesticare per convincerla a buttarsi sullo studio.

Betsy, d'altronde, era una logorroica procastinatrice.

Dory e Dorian erano due flagelli.

Il loro fratello maggiore il diavolo.

Avevamo nascosto ai due piccoli criminali l'incontro che io e Dante avevamo avuto con mio padre, ovviamente invano: quelle creaturine bellissime nell'aspetto quanto infami in cuore non avevano impiegato troppo a scoprirlo.

Una settimana più tardi, infatti, un giovedì qualsiasi, mentre ero impegnata a fargli fare i loro compiti di storia, Dorian, in un evidente tentativo di rimandare lo studio, d'un colpo mi domandò, proprio mentre stavo controllando le risposte che aveva scritto nel suo quaderno e stavo per adirarmi a causa di esse: «A proposito, Thaty, non gli è scattato l'allarme al pipo quando ha passato il metal detector in carcere, vero?»

Il quaderno mi cadde all'istante dalle mani e atterrò sul tavolino del salotto a cui eravamo seduti, la vergogna mi assalì tutta la faccia, Rosemary sul divano spruzzò dalle narici la tisana che stava sorseggiando – mi bastò udire il rumore alle spalle per capirlo – e Dante, intento a stirare i loro pantaloni a pochi metri dietro di me, subito abbandonò la postazione per raggiungerci a passi che furono tonfi furibondi contro il pavimento.

«Vero, vero» continuò Dory, accanto al suo gemello, coi capelli biondi quel giorno sciolti che le contornavano deliziosamente il viso a cuore, un'espressione di trionfo in viso e un sorrisetto malefico che calcava uguale le labbra del suo fratellino, «te immagini che figura de merda? Tu vai là per incontra' il tuo futuro suocero stronzo e minacciallo di pestarlo a sangue, ma t'arrestano pure a te perché il pisello te squilla per l'asticella che gli hai infilz–» Non fece in tempo a finire la frase, Dante era già dietro entrambi e con una mossa decisa li afferrò dal retro del capo e fece sbattere le loro fronti sul tavolino.

Ero troppo in imbarazzo per la questione per pronunciar parola, Rosemary stava ancora provando a ritrovare il respiro con colpi di tosse, dopo aver rischiato morte per soffocamento, e davanti a me il trio dei fratelli Mitchell era ritornato ai loro classici litigi.

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