Ginger (2/2)

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L'insegna del negozio splendeva con le sue luci al LED bianche, Black Heart Tattoo, in netto contrasto con la facciata dell'edificio in cui si trovava, dai muri di un grigio plumbeo, asfissiante e sciolto in più punti, disseminato dalle crepe del ...

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L'insegna del negozio splendeva con le sue luci al LED bianche, Black Heart Tattoo, in netto contrasto con la facciata dell'edificio in cui si trovava, dai muri di un grigio plumbeo, asfissiante e sciolto in più punti, disseminato dalle crepe del tempo.

Eravamo in uno degli isolati più cupi e tetri del quartiere, con le strade mangiucchiate dalle ruote delle auto e tappezzate da buche profonde che raggiungevano il marciapiede, minuscoli ciuffi d'erbacce sbucavano qua e là, germogliati proprio nelle spaccature che dilaniavano l'asfalto, la sola traccia di natura e morbidezza in quell'agglomerato caotico e duro di civiltà allo deriva e povertà profonda.

Ma lo studio di tatuaggi, a discapito del decadimento in cui si trovava, rifletteva negli occhi altrui un sentimento di gioventù e rinnovo. Situato al piano terra dell'edificio in cui aveva messo dimora, si vestiva di un'eleganza particolare che lo differenziava dal deterioramento da cui era circondato, come un diamante in un oceano di carbone: aveva sostituito le pareti in cemento, pesanti e opprimenti, con una facciata in vetro di una raffinatezza indescrivibile grazie a cui, già da fuori, si poteva studiare l'interno dello studio stesso e aver la conferma che quella raffinatezza non era solo una maschera d'inganni, la buccia del frutto, sussisteva anche nella sua polpa e succo.

Ero in ansia, sì.

Molto in ansia.

Per vari motivi.

Non ero più abituata a situazioni in cui io ero una "persona che veniva presentata ad altri", quasi fossi un vanto per chi voleva farmi conoscere ai suoi cari.

In secondo luogo, non avevo mai avuto modo di venir presentata come "la ragazza di qualcuno", men che meno al capo di quel qualcuno.

Frank.

L'ultimo motivo, mi sentivo già terribilmente in colpa, perché le occasioni in cui mi ero ritrovata ad odiare con visceralità Frank erano state incalcolabili, visto che, comprensivo com'era con Dante, gli dava sempre orari adatti affinché lui potesse incastrarmi nei suoi piani. Troppe volte lo avevo maledetto, non appena mi ero ritrovata di nuovo a cascare in uno dei tranelli del suo dipendente, pur consapevole che il povero Frank non era colpevole di nulla se non, appunto, essere il capo di un infame.

Ed era un totale sconosciuto per me.

Sapevo di lui solo per bocche d'altri, Dante, Rosemary, Minnie, Max e persino i gemelli mi avevano parlato di Frank. Sessant'anni precisi, ex galeotto che in gioventù si era fatto sei anni dietro le sbarre per contrabbando e che da lì, poi, aveva rinunciato al mondo della criminalità e aveva dato il massimo per poter ricostruire da capo la sua vita, dedicandosi anima e corpo al mondo dei tatuaggi e dei piercing.

«Dante e Frank si sono conosciuti quando Dante aveva tredici anni» mi aveva spiegato Max, durante le settimane che avevo passato a casa sua e di Minnie, un pomeriggio qualunque mentre preparava il caffè per entrambi e io ero seduta in salotto. «Lo sai, ve', che quel coglione non c'ha il diploma?»

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