Alle nove del mattino, Dante suonò alla porta di casa.
Mi ero lavata e vestita, avevo fatto del mio meglio per nascondere gli effetti della chiamata avuta un paio d'ore prima con Lucas, ma sapevo che il mio viso parlava già da solo, con gli occhi verdi ancora gonfi e arrossati, la pelle dal pallore mortale. Insieme al maglione a collo alto e i jeans slavati indossavo anche un abito di fatica e stanchezza estreme, spesso, infeltrito, ad aderire alla carne fino a non saper più distinguerlo da esso.
Mi domandai se avrei dovuto celarglielo, trovare qualche scusa per mandarlo via... ma sapevo che non sarebbe servito a niente e soprattutto...
Non volevo.
Non volevo allontanarlo, non volevo rimanere da sola in quel momento, dopo l'uragano di sentimenti e bestialità che mi aveva appena travolta e da cui non ne ero neanche uscita del tutto, vittima ben più di prima dei crimini compiuti da mio padre.
La mia ira aveva una forma diversa da quella che era solita assumere, un'impronta particolare che la distingueva dalle sue precedenti apparizioni. Se prima vestiva i panni delle mie fantasie più deviate, in cui il martedì picchiavo mio padre fino a ucciderlo, in quella sala incontri, ora al contrario si distingueva per la sua innaturale serenità. Invece che scoppiare in bombe con cui portar via tutto con sé, anche chi le aveva fatte esplodere, io, possedeva la crudeltà di una marea che si innalza cheta di secondo in secondo, in apparenza tranquilla, per poi cogliere di sorpresa le sue vittime solo quando quest'ultime si ritrovavano con l'acqua al mento, intrappolate.
Forse per questo, ero consapevole di non poterla sopportare a lungo nella mia solitudine, perché tra quelle vittime avrei potuto esserci anche io, se così fosse stato.
E non potevo.
Perché lo avevo promesso a Lucas, ormai.
Gli avevo promesso che bastava così.
E non sarebbe mai finita, se io avessi proseguito per quella strada, proprio come lui aveva detto.
La catena del male avrebbe continuato a passare il suo testimone di mostruosità a un'altra mano, e ora che era tra le mie dita, quel testimone, se avessi portato a compimento il mio progetto finale per il 5 agosto...
Sarebbe finito nelle mani di Lucas e Joanne.
Quella corda con cui ero sempre stata sicura avrei potuto porre un punto alla tragedia che avevo generato fino a spezzarla ne avrebbe in realtà realizzata un'altra, sarebbe solo diventata un altro filo che Lucas e Joanne avrebbero sentito scucirsi dal proprio cuore.
Joanne non avrebbe mai sorriso per quello strappo.
Era strano, mi sentivo stupida, incredibilmente stupida. Riflettendo su queste cose, mi apparivano così chiare, inequivocabili e precise da essere anche scontate e naturali, perché, quindi, prima, per così tanti anni, non ero stata capace di vederle nel modo in cui erano davvero?
Perché se fino a un anno fa mai avrei contemplato la possibilità di sbarazzarmi di quella corda, quel giorno ero riuscita a buttarla nella spazzatura come se niente fosse, come se non mi fosse mai appartenuta, e a bruciare nel posacenere il bigliettino scritto per Joanne?
Le risposte a quelle domande c'erano, sentivo di possederle, ma se provavo a concretizzarle in mente, a scriverle col pensiero, scappavano via. Avevano la fluidità di una saponetta bagnata che proseguiva a saltare e fuggire non appena provavi ad afferrarla tra le mani.
Avanzai verso la porta con il corpo che si appesantiva ad ogni passo e quando aprii l'uscio, scorgendo la figura alta di Dante, credetti che i piedi stessero per sfondare il pavimento e farmi cadere al piano di sotto.
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Ignobili affetti
ChickLitAgatha e Lawrence sono figlia e padre e il loro era un amore talmente profondo da non lasciarsi fermare nemmeno dall'ostacolo che li separava: i loro rispettivi segreti. Insieme, infatti, avevano riscoperto l'incanto e la meraviglia dell'affetto pi...
