Agatha e Lawrence sono figlia e padre e il loro era un amore talmente profondo da non lasciarsi fermare nemmeno dall'ostacolo che li separava: i loro rispettivi segreti.
Insieme, infatti, avevano riscoperto l'incanto e la meraviglia dell'affetto pi...
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Era il 5 agosto, un lunedì importante per l'intero mondo.
Avevo ventisette anni.
Lawrence Reid fu condotto alla sua camera d'esecuzione bianca e asettica, con solo il lettino di morte al centro che lo attendeva, esposto alla vetrata da cui tredici testimoni assistettero a tutto, insieme alle guardie di servizio.
Tra quei tredici testimoni, c'ero anche io.
Seduta in prima fila, proprio al suo centro, nessuno al mio fianco.
Lo fecero distendere, lo legarono alle braccia, alle gambe, alla vita e al collo, infilarono gli aghi, controllarono i documenti e le varie macchine per far partire l'iniezione, proprio accanto a lui. Lessero ad alta voce i suoi crimini, il perché ora si trovava lì, annunciarono le procedure che avrebbero applicato per condurlo alla morte.
Non li sentii neanche, perché lo guardai tutto il tempo.
E lui non smise mai di guardare me.
Gli chiesero se avesse delle ultime parole da dire.
Rispose: «Non ne ho mai avute.»
Così, si avviò l'esecuzione, precisa e in orario.
Continuò a guardarmi.
E mentre il medico addetto, dalla tuta bianca e la mascherina, iniziava a calcolare i tempi con tutte quelle macchine di cui non ci capivo niente, solo che me lo avrebbero presto portato via, in me s'incarnò l'eternità con cui ebbi modo e tempo di pensare a tutto quello che volevo fare: farlo soffrire, farlo agonizzare, farlo tremare.
Betsy, le sue vittime, io.
Ma pensai anche a lui, senza volerlo.
Lui che si mangiava tutti i miei piatti disgustosi, i miei biscotti carbonizzati, che ballava con me a Capodanno, che infiocchettava i nostri polsi al centro commerciale.
Pensai all'inferno che avrebbe vissuto, all'eternità che lo aspettava, provai pietà per lui e per me.
Pensai a noi due prima.
Noi tutti dopo.
Un bip dalla macchina fece capire a ciascun presente che era ora.
Ed era ora anche per me.
Incontrai i suoi occhi, vidi in essi non la paura.
Vidi la rassegnazione.
Le mie labbra si mossero da sole, parlando senza voce.
«Non ti perdonerò mai.»
Le sue tremarono.
«Ma ti voglio bene lo stesso.»
I miei occhi piansero senza lacrime.
I suoi mi fissarono.
«Ma guardati...»
Papà sorrise.
«Sei proprio una Ciliegina.»
Era il 5 agosto, un lunedì importante per l'intero mondo.
Tutta la popolazione stappò spumanti, brindò e festeggiò per la morte di Lawrence Reid: il mostro.
Banchetti e canti, balli e risate, applausi.
Io tornai a casa, crollai a terra una volta aver aperto la porta, venni accolta dalle braccia della mia nuova famiglia, e piansi.
Urlai.
Grida e lacrime, capelli strappati, occhi rivoltati, singhiozzi e preghiere.
Piansi, io, come una neonata, per il mio amato papà.
Era il 5 agosto, un lunedì importante per l'intero mondo.
Il giorno in cui finalmente capii di non esser mai stata un mostro.
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Nota autrice:
Non mi dilungherò nei meme né nei commenti, perché sarebbe sbagliato in un momento simile.
Chiedo, se vi va, di condividere quanto pensate finora.
(Possibilmente non le minacce di morte a me, pliz)
Grazie mille, Muffins, per essere arrivati fino a qui ♥️