capitolo 28

135 6 0
                                        

La stanza era avvolta da un silenzio strano, quasi sacro. Solo il ticchettio lieve dell'orologio sulle pareti osava interrompere quel vuoto pieno di pensieri. L'aria era ferma, pesante come il respiro di chi, dentro, sapeva già di essere cambiato per sempre.
Taehyung sedeva sul bordo del letto, le mani intrecciate tra loro, le nocche sbiancate dalla stretta. Il suo sguardo era fisso nel vuoto, perso in un punto indistinto della parete di fronte a sé, ma vedeva molto più lontano di quella stanza.
I suoi occhi erano arrossati, ma asciutti. Non c'erano più lacrime da versare. Solo un dolore freddo, sordo, che si era fatto tana nel petto, scavando piano ogni ora che passava. Aveva passato la notte così, incapace di trovare pace, incapace perfino di cedere all'esaurimento.

Alle sue spalle, Jungkook lo osservava. Da tempo ormai aveva aperto gli occhi, ma non aveva detto nulla. Non subito. Perché conosceva bene quella postura, quella fragilità silenziosa che urlava più forte di qualunque supplica.
Lo conosceva come si conosce il proprio respiro, come si conosce un campo di battaglia: ogni cicatrice, ogni ombra. E quando finalmente ruppe il silenzio, la sua voce fu roca e lenta, carica di una stanchezza che non aveva niente a che fare con il sonno.

«Non riesci a dormire nemmeno adesso?»

Taehyung si voltò piano verso di lui. I suoi occhi erano gonfi, ma fieri.
«No.» mormorò, abbassando appena il capo. «Non ci riesco.»

Per qualche secondo ci fu solo il suono del loro respiro nel buio attenuato della stanza. La notte non voleva andarsene e l'alba, dietro quelle tende, sembrava temere di irrompere.
Jungkook si mosse senza fare rumore, avvicinandosi fino a sedersi accanto a lui. Non c'erano carezze, né abbracci. Solo una vicinanza antica e istintiva, come quella di due guerrieri feriti accanto al medesimo fuoco.

«Non è colpa tua.» disse Jungkook, con quella voce che sembrava sempre raschiare il fondo del petto.
«Lo so.» rispose Taehyung, anche se mentiva.

Un silenzio pieno di tutto quello che non riuscivano a dire cadde tra loro. Poi Jungkook si alzò, sistemando il colletto della camicia di lino scuro, lasciando il petto scoperto alle cicatrici che portava come medaglie.
«Vieni. Scendiamo.»

Taehyung esitò solo un istante, poi annuì.

Camminarono fianco a fianco nei lunghi corridoi di pietra scura, le finestre affacciate su un cielo ancora spento, dove nuvole cariche si muovevano come presagi. Il castello era immerso in un silenzio innaturale, persino le guardie sembravano respirare più piano.
Lungo il percorso Taehyung pensava a ciò che Jimin gli aveva detto poche ore prima, quelle parole che gli avevano scorticato l'anima

Il cuore gli si strinse di nuovo al pensiero. La sua famiglia. Sangue del suo sangue. Eppure, capaci di vederlo solo come una pedina.

Quando entrarono nella sala da pranzo, una tavola sontuosa li attendeva. Piatti colmi di frutta lucida, pane dorato e ancora fumante, carni speziate, dolci glassati e frutti rari che solo nel Regno Oscuro potevano crescere.
Seduti al tavolo c'erano già Jimin e Yoongi. Il primo con i capelli biondi scomposti, gli occhi segnati dalla notte insonne, ma ancora con il tentativo di un sorriso sulle labbra. Yoongi era più impassibile, il volto pallido e severo che solo chi ha conosciuto la guerra può permettersi.

Jimin fu il primo a rompere l'atmosfera tesa.
«Oh, eccovi,» disse cercando di alleggerire, «stavo per venire a tirarvi giù io di peso.»

Taehyung sorrise. Lo fece davvero, anche se solo per metà. Era quel tipo di sorriso che aveva imparato da bambino: bello, luminoso, vuoto.
«Con questo banchetto mi avreste trovato già seduto qui, a mangiare le focaccine di Yoongi.»

Yoongi alzò un sopracciglio, appena.
«Ne ho fatte qualcuna di troppo... e qualcuna potrebbe essere leggermente... bruciata.»

Una risatina breve, quasi forzata, scosse la sala. Solo Jungkook restava in silenzio, seduto all'estremità del tavolo, gli occhi sempre su Taehyung.

God.drugs.uLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora