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- Capitolo Uno -

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«Voglio andare anch'io

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«Voglio andare anch'io.»

Lo sguardo di Aera era irremovibile, e puntato verso il padre. Non erano occhi severi, i suoi, né avrebbero potuto esserlo, ma erano decisi, decisi a fargli cambiare idea.

Non avrebbe lasciato che Reyns, da solo, intraprendesse il viaggio per la pace tra Lanth e l'Arcipelago di Neeq – sarebbe andata con lui, a ogni costo, anche quello di mettersi in pericolo.

Re Divro era sul punto di negarle quel privilegio, che da parte sua era più simile a un inconveniente e un fattore di preoccupazione, ma non riusciva a pronunciare la parola no. Ne era reso incapace proprio da quegli occhi azzurri che, ostinati, gli ordinavano di assecondare il desiderio della figlia.

La Regina Looty, invece, era commossa dall'amore che Reyns e Aera avevano dimostrato di provare l'uno per l'altra, e vedeva nella richiesta della figlia, che più suonava come un ordine, l'ennesima conferma di quanto quei sentimenti fossero veri, forti, e irremovibili, esattamente come i suoi occhi.

«Padre,» disse Aera, non distogliendo per un secondo lo sguardo, ma con una voce che lasciava trapelare l'insicurezza, «io ho fiducia in Reyns. Vi prego, abbiatene anche Voi.»

E, a una tale richiesta, il Re si lasciò convincere, e acconsentì.

Un sorriso illuminò il viso di Aera, mentre l'angoscia invase quello di Reyns – il peso della responsabilità sulle sue spalle, la moltitudine di pericoli da cui avrebbe dovuto proteggere Aera, il terrore del fallimento. Era troppo, per lui.

«Ovviamente, giovanotto,» cominciò a dire il Re, con tono solenne quanto terrificante, «mia figlia ritornerà a Lanth sana e salva, insieme a te, quando sarà stata portata una cura agli abitanti dell'Arcipelago.»

«Sì, Vostra Maestà» si affrettò ad assicurare Reyns, inchinandosi.

Era il suo terzo viaggio, ma all'apparenza non si sarebbe detto pericoloso – almeno, non tanto quanto i due precedenti. Eppure, significava partire per raggiungere un luogo sconosciuto, nel quale per di più, questa volta, era diffusa una malattia letale, nota con il nome di Lefsan.

Era stata chiamata in quel modo perché gli abitanti delle Isole di Neeq erano convinti che fosse stata causata dai fiori di Lefs, che crescevano soltanto nella zona meridionale del regno di Lanth, e si diceva fossero portatori di fortuna e prosperità.

Prima che scoppiasse l'epidemia, era una credenza diffusa, mentre ora si pensava che fosse colpa dei fiori, e si era scelto di utilizzare la lingua Antica per definire la malattia, la colpa dei Lefs, Lefsan, in quanto la traduzione della parola colpa era, appunto, San.

La vera causa dell'epidemia era da attribuirsi a un insetto, una specie di vespa che depositava le uova all'interno dello stelo dei fiori di Lefs in quanto molto largo e ricco di nutrienti per le larve, e che una volta cresciuta si nutriva del nettare dei fiori, succhiandolo tramite il pungiglione.

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