[Avventura/Romance] COMPLETA
Trilogia "Il Ciondolo dell'Aquila" - Libro 3
ATTENZIONE! Può contenere spoiler per chi non ha letto "Il Viaggio per la Libertà" e "Il Viaggio per la Salvezza".
Con l'economia di Lanth in ginocchio a causa della pressione...
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Geka accarezzò la fronte sudata di Elenar, e constatando che la sua febbre era aumentata ancora, vi posò un nuovo impacco impregnato d'acqua fresca.
La ragazza sospirò di sollievo al contatto con la garza piacevolmente fredda. Aveva smesso di ansimare, e questo da un lato rassicurava l'amica, ma dall'altro la faceva preoccupare ancora di più – che fosse così ferma perché aveva a stento la forza di respirare?
Di tanto in tanto, Geka controllava anche il polso di Elenar, e ogni volta che riusciva a sentire un flebile battito, sospirava e sussurrava: «Forza, ce la puoi fare! Resisti solo un altro po'. Vedrai, i medici arriveranno presto.»
«Dov'è Aera?» ebbe d'un tratto la forza di chiedere Elenar.
Geka era sorpresa; non si aspettava di sentire la sua voce. Cominciava a temere che non l'avrebbe udita mai più, e cercava di andarla a ripescare, nei suoi ricordi, nelle risate allegre che avevano condiviso. Quel verso roco non sembrava nemmeno appartenere alla sua amica d'infanzia.
«È andata al porto,» rispose comunque Geka, «per fermare gli Amter.»
«Da sola?» chiese Elenar.
«Già, da sola» confermò l'altra, non senza un accenno di disapprovazione nella voce.
«Hai ragione» convenne la prima, senza specificare. «È stupida.»
«Sì, è proprio una stupida» annuì Geka, con le lacrime agli occhi. «Ma è una stupida che sta rischiando la vita per noi, anche se continua a definirsi egoista solo perché tra tutte le persone che sta cercando di salvare c'è anche lei stessa.»
Elenar fece un cenno con la testa, giusto per far intendere che aveva ascoltato – ormai non aveva più la forza di parlare.
E poi il dolore. Sentì solo il dolore, una fitta, nemmeno in un punto distinto, semplicemente un enorme ammasso di membra doloranti che era il suo corpo. Si trattava di quello che il dottor Tizho aveva denominato ultimo stadio della Lefsan, durante il quale l'unica forza rimasta al malato era quella di urlare, pregare che finisse presto.
L'intensità del dolore superava quella dei suoni, delle parole confortanti di Geka, superava quella dei pensieri. Quel male infinito sostituiva ogni cosa.
Elenar stringeva con tutte le sue scarse forze la mano dell'amica, come se fosse tutto ciò che aveva, l'unico, l'ultimo tramite tra il dolore nero nei suoi occhi chiusi e la realtà nel viso di Geka. E l'unico pensiero che riuscì a farsi strada tra una fitta e l'altra fu il ricordo di un giorno, uno qualunque, che loro due avevano passato insieme.
Erano sempre state insieme. Non ricordavano nemmeno il giorno del loro incontro, da quanto era lontano.
Nella mente di chiunque le conoscesse, anche i loro nomi erano uno solo; erano inseparabili, si completavano, eppure erano l'una l'opposto dell'altra – il bianco e il nero, il giorno e la notte, la luce e l'ombra. Elenar e Geka.