«Fai piano o sveglierai tutti» mi sorrise facendomi segno di non parlare.
«Guarda che sei tu che fai rumore» mormorai entrando in casa dopo di lui.
«È colpa tua» mi prese per la vita tirandomi a sé «Non riesco a toglierti le mani da dosso» affondò il viso nell'incavo del mio collo facendomi mormorare di piacere.
«Ancora? Ma non sei stanco?» ridacchiai stendendo il collo per accogliere meglio i suoi baci.
«Sono già quaranta minuti che la mia pelle non è a contatto con la tua. È una tortura» si lamentò continuando ad esplorare il mio corpo con le mani.
«Abbiamo passato le ultime sei ore dentro la camera di un hotel» gli feci notare con un mormorio, aggrappandomi ai suoi bicipiti.
«E chi ti dice che mi siano bastate?» abbassò la spallina della mia maglietta e infilò le mani sotto la stoffa, all'altezza della pancia.
«A te, magari, non bastano, ma io sono stanca. Tra due ore dovrei alzarmi per preparare la colazione a tutti» mi inarcai verso di lui quando morse la pelle sensibile della spalla.
Si staccò dalla mia pelle per guardarmi negli occhi con sguardo lascivo.
«Le tue splendide labbra dicono una cosa ma una parte che preferisco di più ne dice un'altra» si morse il labbro carnoso mandandomi brividi lungo il basso ventre.
«Non fare così...» mormorai poco convinta.
«Perché, cosa sto facendo?» la sua voce bassa era musica per le orecchie. Prendendomi per il polso mi fece posare la mano sul rigonfiamento dei suoi pantaloni, facendomi ansimare.
«Giochi sporco» accarezzai la stoffa ruvida provocandogli mormorii di piacere. Era così duro che non riuscii a trattenere delle piccole fusa. Aveva ragione lui, le sei ore appena trascorse non erano bastate nemmeno a me. Lo volevo ancora. Continuai ad accarezzare la sua erezione con avidità.
«Piccola, se continui così dovrò piegarti sul tavolo della cucina e scoparti per un'altra ora» mormorò sulle mie labbra.
«Potrei anche chiederti di farlo» sussurrai.
Stavo per aprire la zip dei suoi pantaloni quando dei passi pesanti sul pavimento del piano superiore ci fecero irrigidire sul posto. Nel giro di due secondi una ragazza corse lungo le scale, fermandosi solo sull'ultimo gradino quando si accorse di noi. Rimanemmo fermi ai nostri posti, sorpresi e spaventati. La ragazza, dopo l'iniziale sorpresa, si riscosse e corse via senza guardarci mentre finiva di risistemarsi i vestiti. Subito dopo, altri passi si avvicinarono alle scale. Prima che potessi vedere chi fosse, Chan corse verso la porta della palestra lasciando solo un piccolo spiraglio per potermi guardare. Gli lanciai solo un'occhiata prima di tornare a guardare in su.
«Sei tornata» a passo lento Hyunjin mi raggiunse in fondo alle scale. Era senza maglietta e i capelli biondi scompigliati gli incorniciavano il viso.
«Era tua la ragazza?» indicai la porta con un gesto della mano. Mi si parò davanti con aria annoiata.
«Nah» sorrise scostandomi una ciocca di capelli dietro l'orecchio «Per me l'unica ragazza sei tu»
Ebbi un tuffo al cuore. Nell'atrio non c'era molta luce. L'unica fonte di illuminazione veniva dai primi raggi del sole che filtravano dalle finestre. Sul suo viso c'era quel suo solito sorriso furbo.
«Smettila» lo superai, marciando verso la cucina. Con la coda dell'occhio vidi la porta della palestra chiusa e nessuna traccia di luce al suo interno. Alzai gli occhi al cielo.
«Dico sul serio» sentii i suoi passi dietro di me «Comunque, dove sei stata finora?» appoggiò i gomiti all'isola, guardandomi.
«Chi ti dice che sono tornata ora?» aprii il frigorifero per sottrarmi al suo sguardo.
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Call me Daddy || BangChan (In revisione)
FanfictionPassare da una piccola città di pescatori ad una grande metropoli era già un cambiamento enorme per una ragazza di soli ventidue anni, ma ritrovarsi a dover badare a otto ragazzi famosi, incasinati e belli come il peccato sembrava una sfida impossib...
