43. Kaia

14 2 0
                                        




Molte volte avevo immaginato l'impatto che avrebbe avuto su di me rivedere Adam, mi ero domandata se mi fossi trovata a tremare davanti a lui, se il flusso di emozioni che avevo provato e assopito si sarebbero risvegliate e non ero mai stata in grado di darmi una risposta.

Adesso lo sapevo, sapevo esattamente cosa significava rivedere Adam Evans.

Rabbia, rancore, astio non lasciavano spazio a nessun tipo di sentimento positivo.

Averlo davanti mi faceva solo desiderare di vederlo sparire.

Ero sollevata perché questo stava a significare che in questi mesi di sofferenza avevo imparato la lezione.

Avevo accumulato una quantità tale di dolore che per mesi avevo desiderato di non aprire più gli occhi, mi sentivo inutile, un'entità senz'anima.

Peter mi aveva raccontato tutto e più lui mi spiegava, più io mi spegnevo.

Quel giorno avevo raschiato il fondo del barile, ero tornata a casa e avevo rimesso anche l'anima, mi sentivo sporca pur senza esserne consapevole. Per mesi avevo mentito credendo fosse a fin di bene, ignara del fatto che ci fosse un gioco ben più sporco.

Da quel giorno avevo chiuso ogni tipo di rapporto con Peter, per me era morto in quell'incidente che stava continuando a rovinarmi la vita. Lo sognavo ogni notte, sempre più vivido e tutte le mattine desideravo di rimanere inerme tra le lamiere.

Avevo completamente perso me stessa, Kaia non esisteva più.

Se oggi ero viva e con l'intenzione di cercare il mio spiraglio di luce lo dovevo solo a Sienna, Noah e la loro piccola bambina.

La nascita di Anita aveva segnato la mia rinascita, sentivo di avere nuovamente un'obiettivo, un motivo per cui svegliarmi e affrontare le giornate. La zia doveva essere forte.

Ecco perché mi trovavo a San Francisco. Adam non c'entrava nulla, non avevo contemplato l'idea di essere qui per lui, per me era un capitolo chiuso. Semplicemente avevamo appurato che stare a Carmel non mi faceva più bene, e Sienna e Noah mi avevano proposto di vivere nella loro casa a San Francisco, per cercare di costruirmi una nuova vita, con la promessa che appena possibile mi avrebbero raggiunta.

«Kaia guarda, sono tornati i ragazzi di ieri» per fortuna Maya, la mia collega, aveva deciso di utilizzare un tono più discreto, dato che la colpa di tutto era proprio la sua.

Avrei messo la mano sul fuoco che l'atteggiamento di Adam del giorno prima, fosse stato una conseguenza alla mia presenza, e come suo solito stava per scappare via da bravo vigliacco.

«Ciao ragazze, siamo tornati come promesso»

La ragazza dal sorriso raggiante, che ricordai si chiamasse Wendy, si rivolse a noi con fare amichevole e socievole, esattamente l'opposto di Adam che come suo solito stava un passo indietro, con quel fare annoiato e inespressivo.

«Non eravate obbligati»

«Invece sì. E poi abbiamo la caffetteria dell'accademia in ristrutturazione e io non posso iniziare la giornata senza una buona colazione»

Appresi che erano compagni di studi e il fatto che Adam passasse del tempo con lei implicava che fossero più di quello. Era andato avanti, lasciandomi ancora una volta indietro e quello fu l'ennesimo tassello.

Anche io ero andata avanti, senza di lui.

«Per te ogni scusa è buona per sederti al bar e mangiare» nonostante il tono canzonatorio, Adam non era stato scorbutico come suo solito, si capiva che ci fosse un fondo di bene tra loro.

«Bene allora, accomodatevi che vi porto le ordinazioni»

Mi mostrai operativa e del tutto indifferente, di fatti guadagnai uno sguardo confuso da parte di Adam.

Bring me to LifeLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora