Nadia ha 21 anni e nessun obiettivo: non ha più interesse per gli studi di Lettere e il suo futuro è un'incognita. Quando realizza di provare un'attrazione proibita per Dario, il suo patrigno di 36 anni, un affascinante professore di Fisica, il suo...
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POV NADIA
La vita aveva assunto un nuovo colore, un nuovo profumo. Sapeva di pioggia, terra bagnata, libri nuovi, carta e inchiostro. Gli odori della speranza, l'inizio di un nuovo percorso. Il mio autunno era un quaderno a quadri: non sapevo ancora come riempirlo, ma era nuovo, giusto, regolare.
Molte cose erano cambiate.
Il giorno stesso in cui Giamma se n'era andato, avevo fatto le valigie anch'io. Sapevo che per mio padre sarebbe stato difficile vedermi andare via, ma non avevo scelta. In quella casa ero di troppo. Se non andavo subito, io e Anna avremmo finito per litigare.
L'unica cosa che quella donna rancorosa mi aveva detto, quando mio padre, a malincuore, ero sceso a portare le mie cose macchina per poi darmi uno strappo fino a casa di mia madre, era stato: "Buona fortuna con l'università. Spero che stavolta ti impegnerai più di quanto non ti sia impegnata con mio figlio."
Non avevo saputo dire nulla. In quei mesi, le avevo quasi voluto bene, ma ora ero soltanto felice di potermi liberare di lei.
Con mia madre, avevo dovuto ricominciare tutto da capo. Non vivevamo più assieme da sole da molti anni. Ora erano successe troppe cose e lei, molte di queste, non le conosceva nemmeno. Ma ce l'avevamo fatta, alla fine eravamo riuscite ad andare avanti. Un solo mese era bastato a ricreare una nuova routine, la nostra normalità.
Le mie lezioni di matematica stavano andando bene. Così bene, che non vedevo l'ora di andare a lezione e dimostrare a tutti cosa sapevo fare.
Era ottobre, e io avevo già seguito Geometria e Analisi Matematica, ma aspettavo con ansia la prima lezione di Fisica Generale. Sapevo che sarebbe stata tosta. Gli appunti di Mario erano illeggibili, in quella materia. Ma la mia sfida più grande era imparare a decifrarli.
La mattina di quella prima lezione di Fisica, però, scoprii che la vera sfida era arrivare in facoltà. Pioveva a dirotto. La temperatura era tiepida, ma l'aria era satura dell'odore di bagnato e l'umidità penetrava fino alle ossa. Avevo coperto le braccia e le spalle col mio fedele cardigan nero, ma avevo scordato l'ombrello. Mia madre era già a lavoro e non poteva darmi un passaggio, così tornai in fretta a prenderlo nel nostro appartamento. Al ritorno, l'autobus su cui avrei dovuto salire passò davanti a me a tutto gas, schizzandomi addosso l'acqua di una pozzanghera.
Rimasi immobile, facendomi piccola sotto l'ombrello, con i jeans e gli stivaletti bagnati, sapendo di avere appena mandato a rotoli una delle giornate più importanti della mia nuova carriera universitaria. Mi sentivo giù di corda e non sapevo chi avvisare. Così, un respiro profondo, e iniziai a camminare. Quaranta minuti dopo, ero arrivata alla Cittadella.
Quel posto mi faceva ancora battere il cuore come la prima volta: ancora di più, sapendo che ormai fosse anche casa mia. Era impossibile non pensare alla prima volta in cui ero stata lì con Dario, infatti non cercavo di dimenticarlo, ma lo rivivevo con affetto. Anche con la speranza timorosa di incontrarlo, prima o poi, tra quelle strade e quelle mura. Non l'avevo ancora visto, neanche da lontano. Forse perché non guardavo mai tra la folla, ma solo dritto davanti a me.