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Presente

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Presente

L'auto che sobbalzava a ogni crepa dell'asfalto, facendo vibrare le portiere, su cui si fermava l'odore della tappezzeria vecchia e consumata, catturò la mia mente e mi riportò ai ricordi del passato. Ogni scossone mi riportava a quella notte. Non avevo nemmeno la cintura allacciata - un'abitudine radicata in quella macchina fin dagli anni novanta. Soltanto la sua figura ormai cambiata mi rassicurò sul fatto che non avessi più diciassette anni.

"Ti metti a fare casini. A quest'età." Mi rimproverò, gli occhi fissi sulla strada.

"Di che stai parlando?"

"Lo sanno tutti." Rispose, la sua voce si era fatta più dura. "Mi hanno chiamato apposta."

Sorpreso, lo osservai meglio. C'era qualcosa di nuovo nei suoi occhi: non erano più carichi di arroganza come l'ultima volta che lo avevo incontrato. Aveva ridimensionato il vecchio modo di guardare il mondo, lasciando il posto a una tranquilla pragmaticità. 

"Quindi u scuru è sopravvissuto." Commentai. Lo immaginavo già, nessuno in paese aveva mai accennato alla sua morte, ma averne la conferma mi insospettì.

"Sì." Rispose, secco, come fosse un altro rimprovero. "Che cazzo fai? Un lavoro o si fa bene o non si fa, te l'ho sempre detto."

Ora era tutto chiaro. Non mi stava rimproverando per averlo picchiato, ma per non averlo finito a dovere. Aveva perfettamente senso, da parte sua.

"Ero finito in un agguato." Spiegai, cercando di mantenere la calma. "Ce l'avevano con me anche per colpa tua. Per i soldi che gli hai rubato."

Arben serrò la mascella, le mani rigide sul volante. "Lo so." Mormorò. "È per questo che dobbiamo risolvere la situazione una volta per tutte."

La Panda virò su una strada secondaria, ai margini del paese. L'asfalto lasciò spazio alla ghiaia, e il rumore delle ruote che trituravano i sassi riempì l'abitacolo. Il paesaggio intorno era nero e immobile, interrotto solo da qualche luce lontana. Conoscevo quella zona: ci venivo di rado, da ragazzo, a trovare un paio di amici. Di solito, la evitavo.

Provai a parlare, a rompere quel silenzio teso, ma le parole mi si fermarono in gola. Con mio padre era sempre stato così: cercavo di compiacerlo, di dire la cosa giusta, e ora non sapevo nemmeno da dove cominciare. Il suo volto era impassibile, ma lo sguardo rivelava un'agitazione fredda.

Sapevo che stesse per succedere qualcosa. Ero preoccupato, soprattutto perché avevo l'impressione di potermi fidare di lui. E questo no, non era possibile.

A un tratto, la Panda rallentò davanti a un vecchio edificio isolato in mezzo ai campi. Il buio lo inghiottiva quasi del tutto, ma nei fari intravedevo le tegole spezzate e le mura gonfie d'umidità, scrostate come pelle vecchia.

Un vialetto di pietre bianche, lucide come ossa al chiaro di luna, portava fino a una porta massiccia. Davanti, una macchina era ferma, coi finestrini socchiusi.

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