chapter 96

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Passarono minuti o forse ore.

Il soffitto sembrava stringersi, la stanza chiudersi su di noi. La luce era fievole, lattiginosa, ma bastava per vedere la sua figura distesa sul pavimento. Braccia dietro la nuca, occhi fissi al soffitto come se ci fosse qualcosa di interessante, o forse solo per non guardarmi.

Eppure sentivo il suo sguardo. Anche quando non c'era. Anche nel buio.

Avevo il cuore pesante. Troppo pesante per dormire. Troppo pieno di cose che non avevo mai detto. Che non volevo dire. E che con lui... sembravano uscite tutte fuori, una dopo l'altra, come una serie di lame lasciate sul tavolo.

Mi girai nel letto. Lentamente. Il lenzuolo scivolò giù dalle gambe, lasciandole scoperte, soltanto il pantaloncino stretto e attillato copriva la mia pelle e per un attimo sentii freddo, ma non mi mossi. Guardai verso il pavimento.

Era ancora sveglio, non che avessi dubbi.
«Rafe» sussurrai in quel posto desolato e sentire il suono della mia voce, mi ricordava che tutto questo caos era la realtà.
Nessuna risposta, ma vidi il suo petto sollevarsi in modo irregolare. Mi aveva sentita.

«Dimmi»
«Non riesco a dormire»
«Nemmeno io» non era una risposta diversa da quella che mi sarei aspettata, Rafe non dormiva mai in mia assenza. E sotto sotto godevo di poter esercitare tale potere nei suoi confronti.

Silenzio.
«Fa freddo» bisbigliai.
Lui sospirò piano, poi: «Vuoi la mia camicia?»

«Non è quello il punto.»
La mia voce tremò un po'. Forse troppo.
Lui si sollevò appena sui gomiti, restando lì, a metà tra l'indifferenza e qualcosa che non riuscivo a definire.

«Cosa vuoi, biondina?»
Chiusi gli occhi un istante. Non lo sapevo neanche io.
«Non lo so. Solo... non voglio sentirmi sola.»
Mi odiavo per quella mia frase. Ma era vera. Più vera di ogni insulto che gli avevo lanciato nelle ultime ore.

Si alzò. Si stiracchiò piano, poi venne verso il letto senza dire niente. Non era un tipo da farsi ripetere certe cose due volte.
Venne, col fiato corto e il viso sfigurato, come se desiderasse soltanto un posto dove appoggiare la testa: il mio corpo, ma nessuno dei due voleva ammetterlo.

Si sedette di nuovo sul bordo. Lì dove era stato prima.
«Dovrei abituarmici?» chiese, sarcastico.
«No» sbottai spazientita e mi voltai verso di lui, con la gola chiusa. «Sto solo cercando di sopravvivere.»

«Lo stai facendo bene.»
Rafe si voltò, lentamente. Gli occhi nei miei. E non erano ironici. Non erano maliziosi.
Erano sinceri e sapevo cosa sarebbe uscito dalle sue labbra, ma non volevo sentirlo, non ero pronta.

La voce era roca. Spezzata a metà.
«Nonostante tutto. Nonostante tu mi abbia odiato. Nonostante io abbia rovinato ogni cosa.»
sospirò, come se dovesse riprendere aria: «non riesco a smettere di starti lontano»

Non risposi, perché tutto quello che volevo era stargli distante, eppure non riuscivo a dirglielo. Ci fu una pausa. Un secondo eterno.

Poi lui si chinò leggermente. Non mi toccò. Non mi sfiorò. Ma la sua voce mi sfiorò la pelle.

«Sei la mia fottuta condanna»

Le parole mi colpirono più di qualsiasi carezza.
Mi si sciolse qualcosa dentro. Una diga rotta. Una rabbia che era solo dolore con la corazza.

«Tu non sai cosa mi hai fatto» ripudiavo Rafe per come mi aveva trattata, ma nonostante tutto lo stavo accogliendo nel mio letto.

«Tu non sai cosa ho fatto a me stesso da quando non ci sei più stata»
Alle sue parole, senza pensarci, presi la sua mano. Solo le dita. Solo un appiglio.
Sapevo cosa aveva fatto, ma non ero pronta a sentirlo.
Perché la causa di tutto questo ero io, sempre io.

«Resta qui. Solo stanotte. Poi torniamo a odiarci, va bene?»
«Per quanto io tenta di farlo, non riesco ad odiarti, biondina»

Si sdraiò accanto a me. Con lentezza. Come se temesse che potessi allontanarlo e mi voltai.

———————
Non dormivo.

Avevo chiuso gli occhi. Fingevo, anche a me stessa. Ma la mente continuava a rincorrere tutto: le parole, il tono della sua voce, il peso del suo sarcasmo. Sembrava non voler trovare pace nemmeno un secondo.

Rafe era lì, sul bordo opposto del letto. Immobile e silenzioso, ma sveglio. Potevo sentirlo respirare, piano. Troppo piano, come chi si trattiene.
Non lo guardavo, o meglio: non volevo guardarlo, ma lo vedevo. Come si percepisce il calore di qualcosa troppo vicino per essere ignorato.

Provai a spingermi ancora più lontano da lui. Non volevo sentirlo, tanto meno averlo accanto.
Eppure gli avevo chiesto io di dormire al mio fianco...
Sbagliavo. Ripetutamente. Senza rendermi conto che facevo soffrire due persone: io e lui, il ragazzo che desideravo odiare.

Mi mossi piano. Un respiro profondo e poi un altro. Il lenzuolo scivolò con un fruscio, lasciando scoperta la mia pelle candida.
Tirai su un ginocchio, accarezzai il materasso con la punta delle dita. Lo raggiunsi quasi senza pensarci. Solo il battito del cuore che accelerava, senza permesso.

Mi odiavo, ma allo stesso tempo non riuscivo a stargli distante.

Quando mi accostai a lui, non disse nulla. Ma lo sentii irrigidirsi. Poi rilassarsi. Forse sapeva. Forse mi aspettava.
Mi avvicinai ancora, fino a sentire il calore del suo braccio accanto al mio. Non era il contatto a cui ero abituata a condividere con lui.
Solitamente non esitava ad appropriarsi del mio corpo, ma questa volta fu discreto, gentile.

Osservai il suo viso, sfinito e sfigurato.
Il nuovo taglio di capelli lo faceva sembrare più maturo, più grande e più bastardo. Non mi vergognavo a dirlo, lo era sempre stato.

Cedetti e appoggiai la fronte sulla sua spalla. Leggera. Come se potessi andarmene da un momento all'altro, ma non lo feci.
Nemmeno lui si mosse. Solo la voce, un sussurro:
«Vuoi farmi credere che ti sei avvicinata per caso?»

Sorrisi appena. «Voglio farmi credere che non lo sto facendo.»
«Non sei brava a mentire, biondina.»
«Nemmeno tu.»

La sua spalla tremò sotto la mia fronte. Una risata strozzata. Calda. Intima. Quella che conoscevo. Quella che odiavo. Quella che amavo.
«Avvertimi se mi vuoi addosso. Non vorrei legarti di nuovo contro la tua volontà.»

Alzai appena la testa e lo guardai. Gli occhi chiari, spalancati nel buio. Fissavano il soffitto, ma sapevo che ogni suo senso era su di me.
«Non voglio niente.» sibilai, infastidita dal suo atteggiamento e mi allontanai dalla sua figura.
«Allora perché sei qui?» la sua mano si poggiò saldamente sul mio polso e mi ritrasse a lui, senza aver modo di obiettare.

«Perché...» esitai. «Con te, il silenzio fa meno male.»
Lui voltò appena la testa verso di me. I suoi occhi cercarono i miei. Poi parlò, piano:
«Mi sono odiato ogni secondo da quando te ne sei andata. Ma adesso che sei qui... mi odio ancora di più. Perché voglio toccarti. Anche se non dovrei.»

Ascoltai le sue parole in silenzio, avrebbero dovuto stupirmi, ma non lo fecero. Conoscevo troppo bene Rafe Cameron.

«Allora non farlo.»

«Non posso prometterlo.»

Abbassai di nuovo la testa sul suo petto. Sentii il suo cuore. Era lento. Ma forte.

«Rafe...» mormorai. «che ti succede?»

«Mi sto trattenendo.»

Chiusi gli occhi. Il suo braccio si sollevò in aria lentamente e poi lo calò su di me. Mi strinse. Forte. Come una promessa che non si dice a voce.

La mia gamba sfiorò la sua. Il fianco combaciava col suo respiro.
«Dormi adesso, biondina. Prima che dica qualcosa che ti faccia di nuovo arrabbiare.»

«Tipo che mi ami ancora?»

Silenzio.

Poi, appena un soffio:

«Tipo quello.»

E così restammo. Fermi. Stretti.

Io, che lo odiavo. Lui, che non riusciva a smettere di amarmi.

scelta difficile || rafe cameronDove le storie prendono vita. Scoprilo ora