Passarono ore.
Camminavo in tondo, con la mascella contratta e lo stomaco che bruciava. Rafe era immobile contro la parete, le braccia incrociate, lo sguardo fisso su di me come se stessi per esplodere da un momento all'altro.
«Dormi tu sul letto.»
La frase arrivò così, secca, come un ordine travestito da concessione. Non lo guardai subito. Continuai a camminare.
«Cosa?»
«Il letto,» ripeté. «Usalo tu. Io dormirò per terra.»
Mi voltai di scatto. «Non ho chiesto nulla.»
«Appunto. Non aspettare che te lo chieda io.»
«Non voglio favoritismi, Rafe.»
«Non è un favore. Entrambi in quel letto non dormiremo» esitò "a meno che tu non lo voglia.»
Il suo tono divenne più basso, come se fosse a conoscenza del potere che esercitava su di me.
«Non dormiremo assieme in quel letto» ringhiai osservandolo velocemente, perché a quel suo sguardo così dannatamente provocatorio non avrei retto.
«Come sospettavo» sospirò "e allora per una buona volta stai zitta e non lamentarti»
«Non starò zitta» sbottai di rimando «smettila! Io non sono un tuo dannato oggetto, di cui puoi decidere cosa fare a tuo piacimento» continuai, percependo le mie guance ardere alla vista del ragazzo piuttosto divertito dalla mia collera.
Mi avvicinai, il respiro corto, lo sguardo dritto nel suo: «e tu sei ancora convinto di dover comandare tutto. Anche su dove devo dormire, vero?»
«Esatto»
«Cosa farai, Rafe? Mi ci legherai tu al letto?»
La frase mi era uscita come una provocazione. Un colpo secco, uno di quelli che lanci per ferire e invece colpiscono entrambi. Mi aspettavo una replica stizzita, una minaccia, magari un insulto.
Ma lui sorrise. Quel sorriso maledetto di traverso, sbilenco, storto dalla parte sbagliata. Quello che odiavo perché mi faceva tremare, in senso buono.
«Non sarebbe la prima volta, biondina.»
Mi pietrificai. Le guance si colorirono di rosso, non riuscivo a trovare le parole per controbattere.
Il silenzio cadde come un sipario troppo pesante. Rafe mi stava fissando, gli occhi taglienti, la mascella tesa, ma nel tono c'era qualcosa di vero. Di vecchio.
Un ricordo.
Il mio cuore fece un sobbalzo, ma non glielo avrei mai dato a vedere.
«Vaffanculo, Rafe.»
Lui ridacchiò, ma non smise di guardarmi. Aveva fatto due passi, non di più, ma l'aria si era fatta improvvisamente più calda tra noi. Non erano solo le parole. Era quello che avevamo fatto, una volta. Era ciò che non riuscivamo a dimenticare.
«Oh, ma non eri tu quella che diceva: 'Non voglio favoritismi'?» disse lui, ironico. «Eppure appena ti sfioro salti come se ti stessi legando per davvero.»
«Perché mi fai schifo.» sibilai con un velo di rabbia e vergogna.
«Davvero? Perché io ti ricordo diversa, Gaia. Eri tu che mi supplicavi di lecc...»
Non emisi un suono.
Solo il rumore della mia mano che colpiva la sua guancia.
Il rumore dello schiaffo tagliò la stanza. Il mio respiro era spezzato, gli occhi fissi nei suoi. Lui si fermò. Quel dannato sorriso era ancora lì, ma c'erano delle crepe. Rabbia? Desiderio? O solo l'amara nostalgia di qualcosa che nessuno dei due aveva mai saputo gestire?
«Non siamo più niente. Hai bisogno che te lo ricorda ancora una volta?» esclamai ribollendo dal nervoso.
«Non ho bisogno che me lo ricordi, lo vedo dai tuoi occhi» sospirò allontanandosi di qualche passo all'indietro:
«che non è mai finita.» tentai di ribattere a quelle amare parole, ma fui preceduta sul tempo: «sai cosa penso?» mormorò lui «che tu vuoi sentirtelo dire. Che cerchi ogni pretesto per farmi ricordare. Per far finta di odiarmi.»
«Io non fingo. Io ti odio davvero.»
Sorrise ancora. Più piano. Più oscuro. Avrei voluto colpirlo ancora e ancora, per toglierli quel dannato sorriso di cui si prendeva gioco di me, eppure ero bloccata, ad ammirarlo.
«No, Gaia. Ti sei sempre nascosta dietro l'odio nei miei confronti, perché amarmi era ancora più difficile» abbassò la voce, accostandosi al mio orecchio e i brividi invasero la mia spina dorsale: «io non ti legherei mai, adesso. Ma non mentire... a volte vorresti che lo facessi.»
Mi mancò l'aria. Sentii il sangue salirmi al viso. Le sue parole erano un coltello rovente sul petto, eppure... mi colpivano dove non volevo essere toccata. Lo spinsi via con entrambe le mani.
«Sei uno stronzo.» esclamai portandomi le mani tra i capelli.
«No. Sono solo l'unico che ti conosce davvero.»
Silenzio. Solo il rumore distante della serratura, il mondo là fuori che ci aveva dimenticati. E noi due, dentro una stanza piena d'odio e amore, pieni di tutto quello che non sapevamo dire senza distruggerci.
Mi voltai, sedendomi sul bordo del letto.
«Fallo. Dormi per terra e dato che ci sei, non rivolgermi più la parola»
«Dormo per terra perché tu possa sentirti al sicuro.»
«Io non mi sento mai al sicuro con te, Rafe.»
Lui rimase immobile un istante. Poi:
«hai paura che cederai nuovamente a me? Come hai sempre fatto d'altronde» La sua voce, stavolta, non era affilata. Era vera. Cruda.
Ma dopotutto sapevo che le sue parole erano la verità.
Abbassò lo sguardo. Si girò senza aggiungere nulla. Si sdraiò a terra, schiena contro il pavimento gelido.
E io restai sul bordo del letto, ancora scossa.
Non da lui. Non dal passato, ma da me stessa.
Perché nonostante tutto non volevo che dormisse lontano da me.
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Ciaoo, come state?
Vi sta piacendo la piega che ha preso la storia?
Fatemi sapere e se avete consigli son sempre ben accetti ;)
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scelta difficile || rafe cameron
FanfictionDue opposti, Gaia Routledge una pogues e Rafe Cameron un Kooks. Fin dai primi anni della loro vita i due non si sopportano, mantenendo un odio costante da parte di entrambi, ma che sotto sotto sanno che nonostante quell'odio c'è qualcosa che li avv...
