chapter 92

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UN MESE DOPO
Scesi le scale percorrendole con cautela e con l'angoscia che uno degli uomini armati spuntasse da un momento all'altro; raggiunsi quindi il salone e un uomo di spalle si stata versando da bere nel suo bicchiere. La sua figura era alta e maestosa, sembrava quasi familiare.

Mi soffermai sul mio abito, un vestito rosso bordò che aderiva perfettamente la mia figura e metteva in chiaro risalto il mio seno. Mi schiarì la voce attirando l'attenzione dell'uomo che si voltò rapidamente:

"biondina".

La sua voce soave, l'avrei riconosciuta tra mille.
Sorrisi. Era sempre una sorpresa trovarlo nei momenti inopportuni: "Rafe" esclamai osservando i suoi occhi vivi, che scrutavano il mio corpo animatamente, come se fosse la prima volta. "C'entri te in tutto questo?" sibilai puntandogli un dito sul petto, amavo il suo viso angelico, illuminato da questo nuovo taglio di capelli: un buzzcut.

Ma forse era necessario ricapitolare cos'era successo nello scorso mese, prima di ritrovarmi ad essere rapita in una casa con il mio più grande nemico.

———————
Erano passati tre giorni da quando gli avevo detto che era finita.
Non avevo urlato, non c'era stata nessuna scenata. Solo le mie parole, fredde e ferme, mentre lo guardavo negli occhi. "È finita Rafe". Così, senza tremare. E lui aveva sussurrato un leggero: "ti amo" con lo sguardo che conoscevo fin troppo bene: vuoto, trattenuto, quasi troppo calmo per essere reale

Pensavo fosse davvero la fine.
Pensavo che avremmo chiuso definitivamente, che mi avrebbe odiata per il resto dei suoi giorni.
Invece, due notti dopo, si è presentato sotto casa mia e con calma surreale mi pronunciò soltanto quattro parole: "andiamo via da tutto".

Avevo già preparato una risposta. Un " no" secco, definitivo. Ma quando l'ho guardato... Qualcosa dentro di me ha esitato. Era lui. Il Rafe che conoscevo troppo bene, che amavo.
Così sono salita in macchina.
Non perché credessi in un ritorno ritorno, ma perché volevo vedere fino a dove si sarebbe spinto. Forse parte di me voleva dirgli addio in un posto dove non c'era rumore, dove nessuno ci avrebbe interrotti. Dove eravamo solo io e lui.

Ma non sapevo che mi avrebbe portato lì, nella nave della sua famiglia, lontano da tutto, per andarcene definitivamente dalle Outer Banks.
Una trappola in mezzo al mare: noi e soltanto un vasto mare.
Ma io lo conoscevo. Voleva scappare e non mi avrebbe lasciata andare.

Non gli rivolsi la parola per un giorno intero. L'idea del gesto che lui stesso aveva compiuto nei miei confronti mi dava la nausea. Non riuscivo nemmeno a guardarlo nel volto: io lo odiavo.

Soltanto la notte prima della mia fuga gli rivolsi le mie ultime parole, a colui che definivo il mio amore impossibile. Eppure la vita mi aveva destinato a questo tipo di amore: il migliore e il peggiore allo stesso tempo.

Eravamo seduti sulla terrazza della sua stanza, in silenzio. Il mare era calmo, ma l'aria era densa. Non parlavamo da giorni. Ogni tanto il legno scricchiolava sotto il peso della notte. Lui fumava, io stringevo le ginocchia al petto.
"Non dormirai nemmeno questa notte?" mi chiese, senza guardarmi.

Scossi la testa. "Non ho sonno."
Fece un cenno appena visibile con la sigaretta. "Nemmeno io."
Il silenzio tornò, ma non era più vuoto. Era carico. Il tipo di silenzio che arriva dopo qualcosa che non si dice. O qualcosa che si sa già.

"Perché l'hai fatto, Gaia?" La sua voce era bassa. Non rabbiosa. Solo... stanca.
"Fatto cosa?" domandai con sguardo stanco.
"Lasciarmi."

Mi girai lentamente verso di lui. I suoi occhi erano persi nel mare. Le labbra appena dischiuse.
"Perché non era amore," dissi. "O almeno, non quello che voglio chiamare amore."
"Tu non capisci," sibilò, ma non con rabbia. Era un tono diverso, come se stesse parlando a sé stesso più che a me. "Io con te... ero qualcosa di meglio. Di diverso."

scelta difficile || rafe cameronDove le storie prendono vita. Scoprilo ora