chapter 94

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Ci portarono in una stanza che era l'opposto della prigionia classica. Pareti color crema, un grande letto con lenzuola pulite, specchi antichi, una poltrona elegante. Ma la porta era chiusa dall'esterno. La finestra era una sola. L'aria profumava appena. Era una gabbia con il rossetto.

Il metallo della porta si era chiuso dietro di noi con un suono secco, definitivo.
La stanza era ampia, ma fredda.
Sapevo che non era solo una cella: era una trappola. Per tenerci dentro... e per farci guardare fuori.

Rafe l'aveva capito prima di me.
Il ragazzo si era portato alla finestra, osservando con i suoi occhi celesti il panorama esterno. Mi affiancai a lui, forse interessata a cosa stesse guardando o forse perché era l'unica maniera per  sentirmi protetta.

"Non stare qui" sussurrò afferrando il mio polso, ma mi ritrassi piuttosto infastidita.
"Non prendo ordini da te"
"Non è una scena per te"
"E tu come fai a saperlo?" domandai piuttosto scocciata.

La mia domanda non ottenne risposta immediata. Rafe mi osservò in maniera cupa, come se volesse sputarmi addosso tutto l'odio che  ardeva tra di noi.

"Perché ti conosco più di quanto tu conosca te stessa"
Le sue parole mi percorsero rapidamente e un fascio di brividi mi percorse la spina dorsale.

Io esitavo, ancora ferma al suo fianco, con le mani serrate ai fianchi e il cuore che martellava come se volesse andarsene prima di me.

Dal vetro opaco e sbarrato della finestra si vedeva il cortile sottostante, illuminato da luci artificiali fredde, quasi azzurre.
In mezzo, un uomo in ginocchio.
Legato. Sporco. Tremante.

Il mio stomaco si contorse. Lo riconobbi subito.

«Lui...» sussurrai.
Il bastardo che mi aveva rapita.

Accanto a lui, in piedi, stava il capo.
Sorriso viziato, guanti neri, l'aria di chi si diverte con la morte altrui.
Lo guardava con sufficienza. Parlava, ma non sentivamo nulla. Non ne avevamo bisogno.
Il linguaggio dei corpi, in quel momento, diceva tutto.

Rafe non disse nulla. Ma si fece appena più rigido.

E poi accadde.

Un colpo secco.
Sordo, ma così carico di violenza che sembrò far tremare la finestra.

Il rapitore crollò. Una linea rossa si allargò sotto di lui come una macchia d'inchiostro.
La mia voce si ruppe in gola. Un singhiozzo breve. Mi voltai d'istinto, spingendomi contro il petto di Rafe, come se il suo corpo potesse schermarmi da quello che avevo appena visto.

Mi ci rifugiai senza pensare. Come una bambina.

Sentii il suo respiro fermarsi. Le sue braccia non si mossero, ma il busto si fece più teso, come se avesse appena trattenuto un istinto di avvolgermi tra le sue braccia.
Mi aspettavo che mi spingesse via.
Mi aspettavo una battuta crudele, o una smorfia.
Invece, non disse niente.

Il suo mento si inclinò, lentamente, e lo sentii guardarmi. Non parlava... ma mi osservava come se avesse appena scoperto qualcosa che non voleva ammettere.

Poi, piano, le sue dita si mossero.
Mi toccò i capelli. Volevo spingerlo via, lontano dalla mia figura. Ma soltanto il suo tocco riusciva a ricordarmi che non ero sola, malgrado tutto ero con il mio peggior nemico. Ma il peggior nemico che avrebbe fatto qualsiasi cosa per me, al costo di morire.

Un passaggio lento tra le ciocche bionde ancora umide.
Il pollice mi sfiorò appena la tempia, come se non volesse lasciarmi cadere troppo in fondo.

Io non mi mossi.
Non parlai.
Non piansi.

Ma dentro di me si aprì qualcosa che avevo murato da troppo tempo.

Non era solo paura.
Era il bisogno improvviso, disperato, di qualcuno che vedesse tutto il sangue, tutta la rabbia... e restasse.

Rafe stava lì.
Con il cuore che batteva tanto forte da far vibrare il mio petto contro il suo.
«Non l'hanno fatto per te,» disse infine, a voce bassa.
Il tono era scontroso, ma il sottotesto era chiaro.
Non ti sto giustificando niente. Ma ti sto difendendo lo stesso.

Alzai lo sguardo verso di lui.
I suoi occhi azzurri sembravano più scuri. O forse era solo l'ombra.

"Non darti colpe che non hai" nonostante non lo avessi ascoltato, le sue parole tentavano di rincuorarmi. Di non farmi cedere nel senso di colpo.

Mi staccai da lui lentamente. Non volevo. Ma lo feci.

Il corpo mi tremava, anche se non faceva freddo. Avevo ancora negli occhi il sangue, il tonfo sordo del corpo a terra. E la consapevolezza di quanto fossimo vicini a diventare noi i prossimi.

«Non parlarmi come se ti importasse davvero,» dissi, a denti stretti, mentre mi riassestavo i capelli.
Non mi voltai subito verso di lui.

«Ti sei riparata nel mio petto Gaia»
La sua voce era roca, quasi divertita.
«Forse è un po' tardi per fingere indifferenza.»

Mi voltai di scatto. «Non ti ho chiesto niente, ok? È stato un istinto. Uno sbaglio.»

«Oh, certo.» Fece due passi indietro, le mani infilate nei jeans, lo sguardo tagliente. «Quanti altri sbagli hai intenzione di fare, biondina? Perché sai com'è, comincio a perdere il conto.»

Serravo le mani a pugno. Lui usava sempre quel soprannome come un'arma, come se potesse ferirmi solo pronunciandolo con quel tono.

«Non hai il diritto di parlare così. Tu eri lì. Con me. Sei rimasto. Ma... ma era solo per curiosità, vero? Per capire se avrei retto.»

Rafe rise. Di quel riso breve, quasi stanco.
«Se fossi stato curioso, me ne sarei già andato mille volte. E tu lo sai.»

«Allora perché resti?! Perché non mi lasci affondare da sola?»

Lui si avvicinò. Due passi. Forse tre.
I suoi occhi non avevano pietà, ma avevano qualcosa che faceva più male: la verità.

«Perché sei la sola persona che, anche se mi detesta, mi guarda come se potrei valere qualcosa. Anche quando sono un bastardo. Anche quando non lo merito.»

Sospirai forte. Mi girai, mi allontanai.
Ma lui mi seguì. Come sempre d'altronde.

Mi trovai di nuovo con la schiena al muro, letteralmente.
Rafe era lì, troppo vicino, eppure non mi toccava.

«Non ti sopporto,» sibilai.
«La cosa è reciproca.»
«Lo è sempre stata. Non c'è altro che odio tra di noi. Sei solo uno stronzo Rafe»
"E tu una spina nel fianco. Eppure eccoci qua".

I suoi occhi passarono dal mio sguardo al mio collo, dove prima aveva posato la mano.
Non si scusò. Non lo faceva mai.

«Il capo non ci ha messi qui a caso,» continuò piano. «Lo sa cosa c'è tra noi.»

«Non c'è niente tra noi.»
«No?» Si avvicinò ancora, appena. Il suo respiro era sulle mie labbra. «E cos'era prima, Gaia? Quando mi cercavi come se fossi l'unico posto sicuro in mezzo all'inferno?»

Tremavo. Lo odiavo. Dio, lo odiavo così tanto.
«Un errore.»
Il suo sorriso si spense. Lo vidi negli occhi. Ma il tono rimase tagliente.

«Allora speriamo che tu lo rifaccia presto, quel dannato errore.»

Mi voltai di scatto, le spalle rigide, le mani che cercavano qualcosa da stringere, qualcosa che non fosse lui.

Un silenzio cadde tra noi. Ma era pieno. Carico.
Restammo lì, divisi da pochi centimetri e da troppe cose non dette.

Eppure sapevo una cosa sola, l'unica certezza in quell'inferno:
se fossi crollata, Rafe sarebbe stato la mia rovina... o la mia salvezza.

E non avevo ancora deciso quale delle due volessi davvero.

scelta difficile || rafe cameronDove le storie prendono vita. Scoprilo ora