La sua mano era ferma. Ma lo sentivo lottare con se stesso.
Il respiro, più ruvido. Il petto che si alzava appena più in fretta. Lo sentivo vicino. Troppo vicino. La sua pelle vibrava, appena. Come una corda tesa che non voleva spezzarsi.
Eravamo così. Sempre. A un soffio dal disastro.
Ed era in quel momento che succedeva sempre qualcosa. Una parola di troppo. Uno sguardo che durava più del dovuto. Una mano che si spostava. Come adesso.
Perché lo sentii.
Il polpastrello che si alzava. Che esitava. Che sfiorava prima l'aria, poi il mio fianco. Solo un accenno. Ma bastava per mandarmi in panico con me stessa.
Non mi mossi.
Neanche lui.
Forse sperava che mi allontanassi. Che lo insultassi. Che lo spingessi via, come avevo fatto mille volte, ma restai e quando lui parlò, lo fece piano. La voce graffiata dalla rabbia che aveva per sé stesso, non per me.
«Non dovrei farlo.»
Sussurrò così piano che per un attimo pensai di averlo solo immaginato.
«Allora non farlo.»
«E perché non dovrei?»
La sua bocca era vicina al mio orecchio ora. Il fiato caldo. Le parole come coltelli dolci.
Deglutii. La gola secca. Le mani chiuse contro il lenzuolo, ma senza forze.
«Sei solo uno stronzo possessivo.»
«Sì. Lo sono.»
Fece una pausa. Mi stava guardando. Lo sentivo anche senza alzare lo sguardo.
Poi, lentamente, le sue dita salirono lungo il mio fianco nudo. Toccavano come se avesse la proprietà del mio corpo. Ma anche come se ricordasse esattamente ogni centimetro.
«E ti conosco troppo bene per credere che non lo vuoi anche tu.»
Mi voltai appena. Il viso vicino al suo. Gli occhi lucidi, ma duri.
«Ti odio, Rafe.»
«Lo so.»
Un mezzo sorriso amaro. Poi una verità, detta senza paura:
«Ma vuoi che ti tocchi.»
La sue parole erano sicure. Decise. Era inutile che cercavo di mentire a me stessa. Lui mi conosceva, meglio ci chiunque altro. Conosceva i miei punti deboli e sapeva che una volta iniziato non lo avrei respinto.
Come sempre d'altronde.
Chiusi gli occhi. Per un attimo lunghissimo.
Il tocco non era più accidentale.
Era scelto.
Voluto.
La sua mano sulla mia pelle aveva superato il limite, e lo sapeva. Eppure restava lì. Ferma. Calda. Testarda.
Ogni mio muscolo era in allerta. Ogni battito, un'esplosione. E lui... lui sorrideva.
Quel sorriso bastardo. Quello che conosceva troppo bene il mio corpo, troppo bene me.
«Hai intenzione di toglierla quella mano?» sibilai, la voce graffiata dall'orgoglio.
Rafe non rispose.
Continuò a guardarmi, a fissare i miei occhi con quel lampo scuro che faceva tremare le certezze.
Poi, piano, inclinò la testa. Quel suo solito sguardo da sfida.
«Dimmi tu se devo toglierla.»
«Sì. Toglila.»
«Sei sicura?»
Si avvicinò ancora. La sua bocca a un soffio dal mio collo.
«Perché il tuo respiro dice il contrario. E anche il tuo battito.»
Il pollice sfiorò il mio polso, lento. Ardente.
«Lo senti, vero?» Si riferiva al suo corpo, caldo e sensuale, che spingeva contro il mio.
Io deglutii. Forte.
«Fermati, Rafe.»
«Fammi smettere, allora.»
Aveva preso il sopravvento. Letteralmente.
Il suo corpo sopra il mio. Le gambe che sfioravano le mie. Le mani che ora si muovevano piano, provocatorie, lungo le braccia.
E gli occhi. Quegli occhi...
Bruciavano.
«Questo non è il modo.»
«Ah no?»
Rise. Un suono basso, ruvido, colmo di tensione trattenuta.
«Pensavo fosse esattamente il nostro modo, biondina. Litigare. Fingere che ci odiamo. E poi... restare soli. Così.»
Scivolò con il viso verso il mio orecchio, le sue labbra sfioravano la mia pelle.
«Così vicini da sentire ogni maledetto pensiero che ti attraversa.»
La sua intimità spingeva contro la mia, percepivo ogni dettaglio e nonostante tutto non riuscivo a fermarlo.
«Rafe, smettila.» sussurrai gettando la testa all'indietro.
«Di cosa? Di essere l'unico che ti manda fuori di testa?»
Chiusi gli occhi.
Un errore.
Perché sentii meglio la sua voce.
Sentii meglio la sua mano che adesso era tornata sul mio fianco, a scivolare piano sotto la maglietta. Toccando ciò che poteva e avvicinandosi a ciò che non poteva.
«Lo so che ti manca. Il modo in cui ti toccavo. Il modo in cui ti facevo perdere ogni controllo.»
«È tutto passato Rafe. Non possiamo rimuginare le cose passate»
«Cazzate,» ringhiò. «Il tuo corpo non mente. Nemmeno quando tu ci provi.»
Si abbassò ancora. Il suo petto contro il mio. Il fiato caldo sulle labbra.
«Sai cosa odio di te?» dissi, ansimando piano.
«Che pensi di avere sempre ragione. Che mi guardi come se fossi già tua.»
«Perché lo sei. E questo è il problema, vero? Che nemmeno la tua dannata testa riesce più a negarlo.»
Il suo sguardo era brama e rancore, possesso e desiderio.
E io... io ero immobile. Intrappolata in lui, nei suoi occhi, in quel fuoco bastardo che non riuscivo a spegnere.
«Tu vuoi un affronto,» dissi, graffiandogli il petto con la voce. «Vuoi che ti provochi. Che ti colpisca. Che ti dica che ti odio.»
«Preferirei sentirmelo urlare mentre gridi il mio nome»
Sgranai gli occhi.
«Sei un bastardo.»
«Ma il tuo bastardo.»
Il suo corpo scivolò appena sopra il mio, la bocca ora a un respiro dalla mia.
La sua mano mi afferrò il collo. Decisa. Quasi tremante, ma non di paura.
Il fiato si blocco lentamente. Le labbra socchiuse a pochi centimetri dalle sue.
«Dimmi che non mi vuoi. Guardami negli occhi e dimmelo.»
Le parole si bloccarono in gola.
«Dillo, Gaia. Dillo se riesci.»
Il suo sguardo bruciava il mio.
Io... non dissi nulla.
Perché non riuscivo.
Il silenzio fu la mia condanna.
La sua vittoria.
Lui abbassò la testa, la fronte contro la mia. Il respiro che si confondeva con il mio.
Poi, piano, con la voce incrinata:
«Lo so. Lo so che non hai smesso. Nemmeno per un giorno.» e sorrise, con quel sorriso bastardo.
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scelta difficile || rafe cameron
FanfictionDue opposti, Gaia Routledge una pogues e Rafe Cameron un Kooks. Fin dai primi anni della loro vita i due non si sopportano, mantenendo un odio costante da parte di entrambi, ma che sotto sotto sanno che nonostante quell'odio c'è qualcosa che li avv...
