Capitolo 17

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Sabato 4 febbraio

Il libro mi cadde di mano, depositandosi sul parquet con un tonfo sordo. Questa non ci voleva...

Rimasi a fissare il volume per trovare un residuo di coraggio a cui aggrapparmi, poi mi girai lentamente.

Ewan era appoggiato con noncuranza alla libreria che avevo oltrepassato poco prima per raggiungere la scrivania. Indossava gli stessi indumenti con cui l'avevo visto durante la 'cena', solo che invece di averla indosso teneva la canottiera in mano, come se si fosse trattato di un asciugamano usato. Ed effettivamente sembrava fradicia, mentre lui aveva la pelle ancora coperta da un leggero strato di sudore. Sembrava perfettamente a suo agio nonostante la situazione. E nonostante l'ultima occasione in cui eravamo rimasti soli...

«Sono sonnambula, a volte» mentii. Come scusa non poteva certo reggere, non sarei mai riuscita ad arrivare a premere il pulsante a forma di rosa nel sonno, ma dopotutto lui poteva leggermi nella mente. Nessuna parola avrebbe potuto ingannarlo.

«Dici bene. Credere che io possa bermi una storia del genere sarebbe da pazzi.» Mi fissò negli occhi per un tempo che mi parve infinito. Com'era possibile che le sue iridi fossero così verdi anche alla fioca luce della luna? Intense e cristalline come giada... Sbuffai fra me. Dovevo proprio mettermi a fare queste considerazioni quando aveva tutta l'aria di volermi uccidere?

Mi chinai a raccogliere il libro caduto per non guardarlo, mentre mugugnavo insulti a bassa voce.

«Non ti sento» mi provocò.

«Ci senti benissimo. Non ti sei mai fatto scrupoli a frugarmi nel cervello.»

«E' il mio lavoro.»

«No» gridai, voltandomi di scatto verso di lui. «Non lo è. Tu dovresti semplicemente aiutare quelli che come me hanno dei problemi con i loro sogni. E tu non lo stai facendo!» Ora lo stavo fissando di nuovo. E lui stava arrogantemente rispondendo al mio sguardo. Non avevo mai avuto una tale voglia di picchiare qualcuno come in quel momento.

Tornai a concentrarmi sul libro che stavo leggendo, fingendo che lui non ci fosse. Lo sfogliai velocemente per apprendere più informazioni possibile, finchè sentii una morsa di ferro stringermi la spalla destra, costringendomi a girare su me stessa.
Mi ritrovai a pochi centimetri dal suo volto. In un rapido flashback rividi la stessa scena del corridoio e rabbrividii al solo pensiero. In realtà, avevo caldo. Non avevo idea di cosa avesse fatto durante la notte, ma il corpo di Ewan emanava un calore intenso. Mi sembrava di trovarmi distesa al sole.

«Non venire a dirmi come svolgere il mio lavoro, chiaro? Tu non sai niente del mio mondo, dei suoi pericoli. La menzogna è una delle parole d'ordine del Consiglio, insieme a morte e distruzione. Sei troppo ingenua per pretendere di capire qualcosa che è senza ombra di dubbio molto più grande di te. Quindi smettila. Smettila di fare di testa tua, di cercare impazientemente risposte a domande che non dovresti fare. Resta al tuo posto e vedrai che forse, e dico forse, riuscirai ad uscire viva da questa situazione in cui tu ti sei voluta cacciare» mi sibilò in faccia. «E se proverai ancora a gridare, attirando l'attenzione di tutta la casa, ti prometto che quel 'forse' verrà sostituito da un 'non'.»

Deglutii, spaventata. Non dubitavo che avrebbe portato a termine le sue minacce: aveva lo stesso sguardo di una tigre davanti alla preda. Quella briciola di gentilezza che avevo scorto quando mi aveva lasciata andare, quella sera, era sparita del tutto.
«Non urlerò, non preoccuparti. Ma... Se non vuoi che qualcuno sappia della mia presenza in questo posto... Perchè sei qui?» gli chiesi infine, la voce tremante nonostante il mio impegno nel renderla atona.

Ewan rise, allentando la tensione che mi tirava fastidiosamente i nervi. «Volevo leggere un libro.»

«Raccontala a qualcun'altra.»

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