Capitolo 41

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Lunedì 13 febbraio

Ewan

Il crepitio delle fiamme riempiva il silenzio della biblioteca con il suo suono gracchiante, mentre l'odore antico della carta ingiallita dal tempo mi circondava, mi si incollava ai vestiti come una seconda pelle.

Inspirai un'ennesima volta l'aria soffocante della stanza, per poi buttarla fuori lentamente. Rimasi in apnea per qualche secondo, con gli occhi socchiusi, immobile.

Ero esausto, ma non potevo fermarmi, non ancora. Dovevo trovare qualcosa che potesse aiutarmi, qualcosa che spiegasse la mia incapacità nel tenere nascosto il potere che invadeva il mio petto fin dalla nascita. Con il passare del tempo era diventato sempre più difficile trattenerlo; lo sentivo già sfuggire dalla mia mente, distruggere le barriere che avevo costruito con tanto impegno. Non potevo permetterlo, per quanta fatica mi costasse reprimere i miei istinti.

Il potere per un Guardiano non è come un'abilità acquisita con l'esperienza. Non è un qualcosa che possiamo decidere di mettere da parte. È un pezzo di noi, è ciò che ci caratterizza, ciò che modella la nostra vita. Come non potremmo separarci dal nostro cuore, non possiamo cancellare il nostro dono. Possiamo sopprimerlo, ignorarlo, ma non se ne andrà mai via del tutto. Rimarrà comunque ancorato al nostro petto, affonderà i suoi artigli in profondità, strappando, lacerando la nostra sanità mentale. Così io, per quanto mi forzassi, per quanto avessi sofferto durante l'anno passato per racchiudere il mio lato marcio in un angolo nascosto del mio essere, non ero riuscito a liberarmi dalla sua presa. Il mio potere era ancora lì, stabile, sempre più forte. Soprattutto da quel giorno nel bosco.

Presi una boccata di ossigeno, facendo espandere i polmoni ormai in fiamme. Strinsi gli occhi, continuai a respirare rumorosamente con la bocca socchiusa, ma i battiti del mio cuore non accennavano a rallentare. Ripensare al mio attimo di cedimento davanti a May mi dava un senso di stordimento, di panico. Per pochi minuti avevo perso la presa sul mio scudo invisibile, le avevo lasciato scorgere il mio turbamento, la mia fragilità. Quelle stesse caratteristiche che cercavo di sopprimere dall'incidente nella Radura. E, quando l'avevo stretta fra le mie braccia, avevo creduto di aver sbagliato a nascondermi in quel modo. Avevo pensato di poter rimediare, di redimermi ai suoi occhi. Potevo percepire i suoi pensieri, nonostante l'alcol, potevo percepire la sua emozione, il martellare assordante del suo cuore. Sapevo che, se mi fossi impegnato, avrei avuto una possibilità di brillare ai suoi occhi.

Ma era stato questo a fermarmi. Il desiderio di essere accettato, compreso, amato. Avevo sentito il ringhio sordo del mio potere rombare nel petto, quel potere che mi aveva causato la prigionia nei sotterranei del Consiglio due anni prima. Mi stava sfuggendo, si stava allontanando dalla sua tana come un animale famelico.

Mi ero staccato di colpo, l'avevo ferita. L'avevo fatto di proposito, era necessario che lo facessi. Avrei voluto uccidermi per essere stato tanto codardo, ma quello era l'unico modo che avessi per farmi odiare. Non potevo raccontarle la verità, avrebbe soltanto avuto paura di me, avrebbe pensato che le parole dei Jones fossero vere.

Scossi la testa e la reclinai all'indietro, lasciandomi andare contro lo schienale della sedia. Da quel giorno sentivo le mie barriere fragili come foglie. E quando May mi aveva rivelato i suoi sentimenti, nella sua camera, avevo percepito delle crepe rigarne la superficie con un'intensità tale da farle sembrare concrete incisioni nella mia pelle.

Dovevo trovare una soluzione. Non riuscivo più a starle attorno e, ora che si era trasferita stabilmente in casa mia, anche solo vederla mi faceva percepire un senso di vuoto all'altezza del petto, un prurito alle dita delle mani. Il bisogno di usare i miei poteri. La stavo evitando da giorni e ciò le faceva male, lo vedevo. Se solo fossi riuscito a capire come indebolire l'influsso del mio "dono" sulla mia mente...

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