Cinquantaquattresimo capitolo.

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Benjamin's Pov.
Oggi la nostra giornata newyorkese, sarà dedicata interamente a Central Park.
Sono completamente entusiasta e non riesco a non saltellare per la camera di hotel.
Faremo un bel giro per il parco e faremo un picnic lì, sotto mia richiesta ed idea.

Rob esce dal bagno e vedendomi così felice, scoppia a ridere.
Io la guardo in modo piuttosto confuso.
Sta ridendo di me?
«Sembri un bimbo» commenta, stampandomi poi un bacio sulle labbra.
«Tu dici, mamma?» rispondo io, cercando di fare una voce da bambino, fallendo miseramente, ma facendo ridere lei.
«Dai, andiamo» mi dice, dandomi una pacca sul sedere.
«Ehi! Solo io posso» mi lamento, mettendo il broncio e facendola ridere nuovamente.
Poi torno più o meno "serio", prendo fra le mani il cestino da picnic che abbiamo comprato ieri solo per utilizzarlo oggi ed usciamo dalla camera.
«Ora sembri una contadina, non più un bambino» commenta la mia ragazza. Io le dedico un'occhiataccia, per poi sorriderle.
Sono poco coerente, ma semplicemente, niente può rovinare questa mia felicità.

Non siamo lontani dalla nostra meta e quindi, con scarpe comode ai piedi, la raggiungiamo senza nessun mezzo, se non le nostre gambe.
Sono consapevole che il parco sia così grande da non poterlo visitare completamente, oggi, quindi io e Rob abbiamo selezionato alcune attrazioni da vedere in queste ore e rimarremo nell'area nord, spostandoci verso il centro successivamente.
Iniziamo a camminare lentamente, io con un braccio attorno alle sue spalle.
Amo la natura ed esserci immerso completamente, è una goduria per me.
Attorno a noi, ci sono persone su persone, che camminano, corrono o semplicemente si rilassano sotto i docili raggi del sole che oggi gioca a nascondino dietro alle nuvole.
Con noi camminano famigliole intere, coppie di anziani e persone con i propri cagnolini, mentre altri corrono avanti e indietro, per fare esercizio fisico.
«Ora corro anche io come loro» esclama la mia ragazza, facendomi ridere.
«Cosa ridi? Guarda che posso farlo davvero» aggiunge, dopo la mia reazione.
«Amore, sei una ricottina a cui non va di fare movimento» le rispondo, ridendo ancora.
«Che stronzo che sei» commenta lei col broncio.
Le giro il viso verso di me, tentando di baciarla, ma lei si gira di scatto, facendomi ridere ancora.
Solo dopo averla pregata per un po', mi delizia con un piccolo bacio a stampo.

La prima cosa che andiamo a visitare, poiché è la più vicina che abbiamo, è la Strawberry Fields, un monumento commemorativo a John Lennon e simbolo di pace.
Come potevo non vederlo, io, amante della musica?
Poi ci dirigiamo verso il Belvedere Castle, un castello costruito su delle rocce naturali.
Da qui, possiamo vedere tutto Central Park.
C'è questa distesa di verde che sembra infinita, per essere poi bloccata tutto ad un tratto, da una distesa di grattacieli.
Sarà paradossale, ma io qua, mi sento libero.
Ho vissuto gran parte della mia vita bloccato, trattenuto da dei canoni della società che mi stavano stretti, bloccato da persone che non volevano esprimessi me stesso e quello che sento. Avevano bloccato anche i miei stessi sentimenti.
Ma qui, perso nel verde, circondato da persone sì, ma che mi sorridono, mi sento libero.
E questo venticello che mi scompiglia i capelli, mi fa sentire ancora di più così.

«A che pensi?» mi domanda Rob, passandomi una mano nei capelli scuri.
«Che mi sento immensamente libero e felice. Che dici, restiamo qui per sempre?» le propongo. Sono ironico fino ad un certo punto. Ci resterei veramente per sempre qui, con lei.
È una delle poche persone con cui non mi sento in gabbia, con cui mi sento libero di condividere tutti i miei pensieri e penso sia una cosa piuttosto rara.
«Che domande fai! Per me è un grande sì» mi risponde lei, ridendo e stampandomi un bacio sulla guancia.
«Ricominciamo a camminare?» le domando e lei annuisce.
Riprendiamo a camminare, mano nella mano, fino a raggiungere la statua di Alice nel paese delle meraviglie e poi Bethesda Terrace, uno dei punti più importanti di Central Park (e anche quello più centrale) dominata da una fontana con un grande angelo.
Mi viene spontaneamente da pensare ad uno dei primi momenti belli miei con Rob, ad Halloween, quando era lei quella vestita da angelo.
Sembra che lei pensi lo stesso, perché mi dedica uno sguardo molto particolare e finiamo a ridere entrambi come due deficienti.
Questa è quella che mi piace chiamare complicità.

Poi la mia pancia inizia a brontolare e quindi, mi sembra proprio il momento di mangiare.
Raggiungiamo un posto del parco conosciuto proprio per i momenti di relax dei Newyorkesi e qui, stendiamo un grande telo, sopra cui ci mettiamo.
Ci mettiamo lì a mangiare e parlare del più e del meno, mentre guardiamo il cielo che purtroppo non è per niente azzurro. Ma alla fine, cosa importa?
Ci riposiamo un po', diamo tregua alle nostre gambe e ci stendiamo io e la mia ragazza, uno accanto all'altra.
Lei è a pancia all'aria, che guarda verso il cielo e le sue nuvole, mentre io sono steso su un fianco, con la testa poggiata alla mano e con quella che mi rimane libera, le accarezzo i capelli. Ovviamente, guardo lei.
Oltre che una persona da amare, ho sempre cercato qualcuno a cui facesse piacere condividere tutto con me e che diventasse non solo la mia ragazza, ma anche la mia migliore amica, la mia compagna di cazzate e di viaggi. Credo di aver trovato in lei, tutto questo.
Chissà, forse è presto per pensare tutto ciò e in generale, non ci si dovrebbe mai lanciare completamente nelle braccia di qualcuno, perché si rischia grosso, ma mai come ora, mi sento di farlo.
È un po' strano da spiegare o da immaginare, ma in questo momento, tutte le insicurezze che ho accumulato man mano, crescendo, mi stanno abbandonando.
«Non potevo desiderare nulla di meglio» sussurro, attirando lo sguardo di Rob.
«Neanche io. La città dei miei sogni con la persona dei miei sogni» risponde lei, tirandomi per il collo della maglia e facendosi baciare.
Io sto per riproporre nuovamente di rimanere qui per sempre.

Come Un Fulmine A Ciel Sereno. |Benji e Fede|La tua prossima ossessione. Scoprilo ora