Come La Fenice Rinasce Dal Fuoco...

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Ferita all'addome. Frattura scomposta. Sangue.

Artemiya accarezzò la testa di Marco. Non se n'era mai accorta, di quanto fosse leggero il suo corpo. Forse era il terrore. Il terrore di...

Urla, urla, ancora urla...chi aveva detto che il freddo l'avrebbe protetta...?

«Ehi...stai bene?».

Elisa le porse un bicchiere di carta ricolmo di caffè. Lei lo accettò con un sorriso. Un sorriso sicuro, questa volta. Sì, ora sì.

«Sì.» rispose. «Davvero.».

Elisa non le credeva. O forse sì, ma si sedette ugualmente accanto a lei per passarle il braccio buono attorno alle spalle.

Marco dormiva. Gli avevano medicato le abrasioni e i tagli infertigli dagli aggressori con difficoltà, poiché aveva tentato di stare accanto Eduardo, ancora, con le lacrime ai bordi degli occhi.

«Cosa credi sia successo?» domandò piano Elisa. «Insomma, perché li aggredissero...».

Mia si voltò a guardarla.

«Non lo so» rispose. «Marco...non ha voluto parlarne...».

Elisa annuì. Poi si mosse per accomodarsi meglio, ma una smorfia di dolore le si stagliò sulle labbra tirate.

«Ti fa male?» chiese Mia abbassando lo sguardo sul braccio ingessato.

«È stato peggio prima.» la tranquillizzò la giovane, appoggiando un lieve bacio sulla sua tempia.

«Zia! Zia!».

Mia è accasciata a terra, Tit, il tchiorny terrier di zia Inga le annusa preoccupato il viso. Lei trattiene i lucciconi: fa male, ma non tanto come una ferita nell'orgoglio.

Zia Inga accorre, asciugandosi le mani in uno strofinaccio.

«Mia...che diavolo hai combinato? Oh...piccolina...».

Inga la aiuta ad alzarsi, poi le osserva il braccio.

«Va tutto bene, piccola. Ci sono io adesso...».

Frattura scomposta. Com'era dolce la voce di zia Inga...

Marco si mosse. Era sveglio. Teneva gli occhi fissi sul muro dirimpetto a loro, seduti su quella fila di poltroncine rovinate. Mia gli accarezzava la testa castana, senza posa, senza fretta, come una madre. Avvertiva nel suo tocco una nuova calma, una quiete elettrica per nulla rassicurante. Ma era comunque casa in quel corridoio d'ospedale.

Un medico vestito di verde si avvicinò a loro. Era sulla cinquantina, pareva davvero stanco, ma si sforzava di essere gentile. Si poteva leggere la depressione di ciò che aveva vissuto in quelle ultime ore, nei suoi occhi neri.

«Siete i parenti di Eduardo Ranieri?» domandò. Parve una domanda posticcia, come se non gli importasse veramente sapere chi stava attendendo quell'uomo.

«Sì.» mentì prontamente Mia, senza aggiungere indicazioni di sorta. Il medico non ne chiese.

«La ferita era profonda» disse, «ha perso molto sangue. Gli abbiamo fatto una trasfusione.».

Marco si rizzò, gli occhi pesti di chi ha perso la speranza.

«Ora sta riposando» aggiunse il medico. «Se volete vederlo...».

«Come sta?» domandò il ragazzo con voce roca.

«Si riprenderà.» rispose l'uomo. I suoi occhi stavano fissi in quelli di Marco, ma senza pretese, come perle more ferme in vasche concave.

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