«Charlie!»
Jacob irruppe nella camera ansimante, con gli occhi sgranati e la paura dipinta in volto.
Charlie, si issò subito in piedi, voltandosi e fermandosi a fissarlo un attimo; sembrava aver corso, doveva essere successo qualcosa.
«Grath è scomparso, insieme ad un altro dragonologista, lo spagnolo, mi sembra» spiegò il moro, mentre le parole gli uscivano a fatica dalla bocca.
Charlie sentì la preoccupazione iniziare prendere possesso della propria mente, insieme ad una serie di ipotesi su come fosse potuto accadere, o meglio, chi potesse essere stato l'artefice, e tutte lo portavano a Voldemort; tutti i suoi sensi gli indicavano che solo lui, con il suo seguito di maghi oscuri, fosse stato in grado di fare una cosa del genere. La medesima cosa, Charlie ne aveva avuto notizia, era accaduta a Diagon Alley: Florean Fortescue e il signor Ollivander erano svaniti, come risucchiati dal tempo.
Non riusciva a ragionare con lucidità: che fossero stati rapiti o uccisi? Che si fossero volontariamente uniti all'esercito di Colui-che-non-deve-essere-nominato? O fossero, invece, stati costretti a farlo? Magari perchè avevano bisogno di nuove reclute o, forse, per avere un accesso diretto all'allevamento, quindi ai draghi. Poi si ricordò del signor Romanov e il fatto che sembrasse essere sotto Imperius.
"Per quello hanno lui. E allora perchè?" pensò tra sè e sè, spostando gli occhi velocemente da una parte all'altra, mentre cercava di trovare una risposta ai tanti quesiti, che la stessa mente gli sottoponeva. Era scosso.
«Forse avevano scoperto qualcosa...» ipotizzò Jacob, il quale aveva continuato a fissarlo in silenzio, con sguardo attento e che, come solitamente succedeva, pareva avergli letto nella mente, seguendo i suoi ragionamenti.
«Jacob» disse, tornando a guardare l'amico «Dobbiamo avvisare gli altri dell'Ordine, almeno qui in Romania». Si mosse in direzione della giacca, afferrandola dalla sedia e infilandola velocemente.
«Dobbiamo informare il signor Gray e il signor Whiter» continuò, mentre indossava gli stivaletti, allacciandoli con un tocco della bacchetta. «Ci penso io, andrò oggi stesso. Ho bisogno che tu resti qua Jacob, devi tenere d'occhio questo posto, è chiaramente nel mirino di Tu-sai-chi. Devi proteggere gli altri e i draghi» concluse poi, poggiando una mano sulla spalla del ragazzo, il quale si limitò ad annuire. Charlie uscì dalla stanza, doveva trovare una passaporta, non lasciare alcuna traccia reperibile, smaterializzarsi sarebbe stato troppo rischioso.
Arrivò a destinazione quasi del tutto intatto, aveva solo i capelli più scompigliati del solito e il colletto della giacca alzato. Era stato un viaggio turbolento, non era più abituato ad usare quel tipo di trasporto; d'altronde aveva sempre avuto qualche problema con qualsiasi mezzo che non fosse una scopa, o al massimo il Nottetempo. Ricordò il suo primo esame di Materializzazione, quando finí su una signora che stava facendo la spesa, che fiasco! Rise malinconico, consapevole di quanto gli mancassero i tempi di Hogwarts.
Si diede una sistemata, iniziando a percorrere i vicoli, ormai bui di quel borgo dall'aria spettrale. Impugnò la bacchetta, continuando a camminare cautamente. Aveva aguzzato tutti i sensi, pronto a reagire al minimo segnale sospetto. Gli era stato riferito, durante il loro precedente incontro, che al villaggio di Bran ci fosse una sola locanda ed era proprio lí che il signor Gray e il collega Whiter alloggiavano, insieme alla loro equipe di Spezzaincantesimi. C'era un freddo pungente, tipico di quel luogo, immerso totalmente nelle montagne. Sfregò le mani attorno alle spalle, cercando di prendere calore, quando vide una piccola insegna illuminata, che si muoveva, cigolando, a causa del soffiare del vento.
'Locanda del Vampiro'
Quel posto era davvero tetro, per non parlare del pessimo nome.
«Bel nome per accogliere i visitatori» bofonchió ironico, mentre con una mano spingeva la porta d'ingresso.
La sala era piuttosto piccola, tuttavia sembrava accogliente. Non era molto affollata, solo due tavoli erano occupati e Charlie notò che ad uno di questi, sedeva proprio il signor Gray, affiancato da un mago calvo, che Charlie riconobbe come Adam Whiter, l'altro membro dell'Ordine.
Charlie si avvicinò loro, i quali, non appena lo videro, si scambiarono sguardi preoccupati; sapevano bene che il suo arrivo non presagisse nulla di buono.
«Ho brutte notizie per voi signori» disse subito, sedendosi di fronte ai due uomini.
«Parola d'ordine» s'intromise il vecchio; aveva dimenticato quanto fosse prudente William Gray.
«Enidro» rispose il rosso, con naturalezza.
Vide i due emanare un sospiro di sollievo, focalizzandosi nuovamente su di lui, attendendo che continuasse a parlare.
«Sono scomparsi due dragonologisti, di cui uno, sono sicuro, non si sarebbe mai schierato dalla parte di...Voi-sapete-chi» spiegò lui, cupo, cercando di prestare attenzione alle parole proferite.
«Il numero dei maghi, di cui non si sa più nulla, sale a dieci. Si stanno muovendo.» costatò il signor Whiter e Charlie non potè far altro che esserne d'accordo. Sapeva benissimo anche lui, seppur non volesse ammetterlo, che tutte quelle sparizioni potevano significare solo una cosa: Voldemort stava avanzando, muoveva i primi passi, anche se ancora nascosto nell'ombra, nell'oscurità.
Trascorsero il resto della serata discutendo di alcuni possibili piani di fuga, nel caso le cose si fossero complicate. Avrebbero dovuto trovare il modo di unirsi agli altri membri in Inghilterra e non sarebbe stato per niente facile. Charlie si scaldò con uno stufato caldo, offertogli dai due Spezzaincantesimi, accompagnando il pasto con una burrobirra. Avrebbe preso una stanza per la notte, non riteneva fosse sicuro viaggiare a quell'ora, da solo d'altronde.
«Credo che andrò a coricarmi, partirò domani. Permettete, signori» cercò di congedarsi lui, alzandosi lentamente dal posto in cui poco prima era seduto.
«Signor Weasley» lo chiamò l'uomo con la cicatrice «Io credo che tutte le stanze siano occupate» aggiunse, mentre Charlie lo fissava perplesso.
«Tuttavia, non credo che per lei sia un problema condividerla con una persona, di sua conoscenza, d'altronde» continuò il vecchio, accennando un sorriso.
Era confuso, non capiva a chi si stesse riferendo.
Forse Bill? Era lì anche lui?
«L'ultima camera in fondo alle scale» disse, infine, continuando a sorridergli. Charlie non ribattè, semplicemente si limitò a seguire le indicazioni.
Si fermò dinanzi alla porta indicata, fissandola per qualche secondo, poi bussò. Indugiò un attimo, prima di battere il pugno contro il legno della stessa. L'adrenalina sembrava scorrergli freneticamente nelle vene, mentre sentiva dei passi provenire dall'interno.
E se fosse stata una trappola? Se lo avessero ingannato?
Scacciò via le paranoie; non era possibile, se ne sarebbe accorto se gli avessero mentito.
Tuttavia, il cuore sembrava non voler decelerare.
La porta si aprí lentamente, rivelando una esile figura femminile, coperta, quasi completamente, da una camicia da notte bianca.
«Helen...»
Pronunciò il suo nome con un filo di voce.
Non riusciva a credere ai propri occhi, lei era lí, davanti a lui, in carne ed ossa. Aveva i capelli biondi raccolti disordinatamente, con alcune ciocche che le ricadevano sul viso e si strofinava gli occhi, come se fosse stata appena svegliata.
Era bellissima anche cosí, notò.
La ragazza ci mise qualche attimo per realizzare cosa stesse realmente accadendo, prima di gettarsi tra le sue braccia. La strinse, senza dire una parola. Rimasero in quella posizione per un po', poi lei lo invitò ad entrare, chiudendo la porta della stanza.
«Ti ho svegliata?» rise lui, mentre Helen non cessava di guardarlo con un espressione incredula, pareva non riuscire a credere al fatto che lui fosse proprio accanto a lei.
«Non importa» rispose dolcemente. Gli era mancata la sua voce.
«Che ci fai qui, Charlie?» chiese con un tono preoccupato, immaginava che anche lei sapesse che la sua presenza fosse portatrice di cattive notizie.
Tuttavia Charlie non volle turbarla, per cui le sorrise, protraendosi verso di lei e cominciando a baciarla lentamente. Sembrò rassicurarsi, ricambiando senza alcuna esitazione.
«Che ne dici se rimandiamo a domani le chiacchiere?» le propose sottovoce, scoccandole un altro bacio, tenendole le mani.
Helen annuí, incurvando le labbra, aiutandolo a sfilarsi la giacca, poi la maglia, gettando entrambi gli indumenti ai piedi del letto, su cui si sedettero. Lui le sciolse i capelli, proprio allo stesso modo in cui aveva fatto quella notte nell'aula di Divinazione, lasciando che le ricadessero sulle spalle. Erano diventati più lunghi di come li ricordava; lei sembrava diversa, cresciuta. Gli si strinse lo stomaco al pensiero, non la vedeva da mesi, non la toccava, non la baciava.
«Helen mi sei mancata, non sai quanto»
La vide sorridere e approfondire il loro contatto. Un brivido gli percorse la schiena, era la sensazione della pelle liscia di lei a contatto con la propria, il tocco delle sue dita affusolate, sottili, che si muovevano sulla cintura. Con un movimento rapido, la spinse supina sul letto, togliendole la veste velocemente. Non era come l'ultima volta, quando aveva temuto anche solo di sfiorarla, attento ad ogni gesto sbagliato, che avrebbe potuto rovinare, sfregiare quel corpo perfetto. Questa volta era differente, la afferrava, la stringeva a sè. Questa volta era diverso, c'era passione, brama, desiderio di aversi, di abbracciarsi, di completarsi, incastrare perfettamente ogni parte di loro, essere in lei. Le si distese sopra, facendo combaciare i propri corpi. La guardò negli occhi e non ebbe bisogno di cercare conferma, non stavolta, non più. Iniziò a muoversi prima lentamente e poi con un ritmo sempre più veloce.
Charlie le stringeva il bacino ossuto; sembravano parte di un meccanismo di ingranaggi.
Ansimava, ma il piacere sovrastava la stanchezza, andava ben oltre ogni sforzo, ogni senso di estenuazione. Lei si aggrappava a lui, come se fosse l'unico porto sicuro nel mare in tempesta che stavano attraversando, da cui cercavano, entrambi, di non essere travolti. Continuò fin quando non percepì una scossa percorrergli il corpo, emise un verso gutturale, sdraiandosi accanto a lei, poco dopo. Posò gli occhi sulla sua figura di profilo, osservando quanto i contorni fossero perfettamente delineati, come scolpiti da un artista. Era sudata. La luce della notte la faceva splendere, la sua pelle era paragonabile alle squame lucenti di un Nero delle Ebridi.
Si sentiva leggero, svuotato da ogni pensiero negativo, da ogni tipo di preoccupazione. Helen era la sua cura, l'antidoto a tutti i veleni, ai malesseri fisici e non, che complicavano la sua vita.
«Perchè mi guardi?» chiese lei, sorridendo.
«Perchè mi va» rispose semplicemente, avvicinandosi a lei e stampandole un bacio sulla guancia. Charlie si rintanò sotto le coperte, stringendola a se'. Faceva freddo, ma il corpo di lei emanava tepore. Helen si avvinghiò a lui, chiudendo gli occhi.
«Papà un giorno mi disse che ognuno di noi cerca dei pezzi mancanti, come fossimo tutti un enorme puzzle. Non serve la magia per risolverlo, peró» pronunciò la frase con un filo di voce. «Tu sei il mio pezzo mancante, Charlie» sbadigliò
«Come la mamma lo era per lui».
Dopodicchè, strofinò leggermente la guancia contro il suo petto, cadendo in un sonno profondo.
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Omnia Mutantur
Fanfiction[AN HARRY POTTER SPIN-OFF] Tutto cambia, niente muore. (Tratto dal testo) «Di fronte al vero amore dobbiamo essere nudi, cioè sinceri ed autentici, pronti a donarci interamente, affinchè riesca ad emergere la parte migliore di noi.» fece una breve p...
