Capitolo 23 - Immaginazione

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Charlie aprì gli occhi lentamente. Come suo solito Bill aveva scostato le tende, ed ora un raggio di luce gli feriva gli occhi.
Suo fratello non si trovava nel letto accanto, doveva essersi già alzato; si sarebbe dovuto recare a Diagon Alley, gli aveva detto, prima di addormentarsi.
Era un duro lavoro fare lo spezzaincantesimi.
Guardó l'orologio appeso al muro.
Aveva i capelli umidi, la schiena sudata, necessitava di una doccia.
Per un attimo ricordó la giornata precedente: la gita al mare, i fantastici tramezzini di sua madre...Helen.
Sorrise come un idiota.
Non la vedeva dalla sera prima; infatti appena tornati dalla spiaggia, la ragazza li aveva ringraziati per la fantastica giornata, poi era salita nella sua camera, bisognosa di una bella dormita, scusandosi dal momento che non avrebbe preso parte alla cena.
Era stata un'uscita stancante quanto bellissima in effetti.
Si mise a sedere, stiracchiandosi.
Passó una mano tra i capelli e si grattó la barba, che aveva bisogno di una sforbiciata.
Senza aspettare oltre, si diresse al bagno del quinto piano, dal momento che gli unici altri due su quel livello fossero annessi l'uno alla camera dei gemelli, l'altro alla camera degli ospiti, dove quasi sicuramente Helen stava ancora dormendo.
Non appena ebbe chiuso la porta, si liberó della canottiera inumidita e del resto degli indumenti, poi entró in doccia.
Il primo impatto con l'acqua fredda lo aiutó a svegliarsi. Si passó più volte le mani sul viso.
Aveva la sensazione che i capelli fossero ancora intrisi di salsedine.
"Salsedine" pensó.
La sua mente gli riportó davanti la figura di Helen: il costume bianco che avvolgeva la vita, i capelli biondi accarezzati dal vento.
Ogni cosa la riportava, inesorabilmente, nei suoi pensieri più profondi.
Pensó a quelle gambe ambrate, che si agitavano in acqua, alle sue dita affusolate, abili sul pianoforte, quanto sulle pagine di un libro.
Avrebbe voluto stringerle. Avrebbe voluto stringere forte lei, interamente.
Condusse poi i suoi pensieri altrove, chiedendosi come stesse Jacob.
Erano diversi giorni che era partito, e cominció a chiedersi se avesse trovato qualche risposta.
Charlie era l'unico, a parte il signor Clark, a sapere dove Jacob si trovasse, ma non poteva dirlo a nessuno. Voleva mandargli un gufo, e forse era arrivato il momento di farlo.
Fermó il getto d'acqua, si avvolse un asciugamano alla vita, mentre con un altro strofinó i capelli il più possibile. Aveva rinunciato a metterli in ordine.
Impiegó pochi minuti ad aggiustarsi la barba e, fatto ció, si diresse nuovamente in camera, dove si vestì rapidamente. Poi, munendosi di piuma e pergamena, cominció a scrivere:

"Come stai? E tuo padre?
Hai scoperto qualcosa?
Tua sorella sta bene, sapevo lo avresti chiesto.
Manda indietro un altro gufo per rispondere
                                                                      -C.       "

Ovviamente Charlie non aveva potuto menzionare nè il proprio nome, nè quello dell'amico, nella remota possibilità che il gufo potesse essere intercettato.
Avvolse il rotolo, si affacció alla finestra e, portatosi due dita alla bocca, fischió. Il loro gufo, abbastanza malandato, atterró sul davanzale.
Charlie assicuró la piccola pergamena alla sua zampa, lasciandolo andare in cielo.

Quando fu sceso in cucina, rimase sorpreso da una bella scena: Helen stava aiutando sua madre a preparare la colazione. Aveva i capelli in disordine, indossava una leggera camicia da notte celeste.
In sottofondo c'era uno dei brani preferiti di sua madre, che, infatti, si scatenava insieme alla bionda.
Charlie tossicchió per annunciare il suo arrivo.
La musica cessó, e le due si voltarono verso di lui.
«Buongiorno tesoro» esclamó la signora Weasley, piuttosto euforica. Helen gli sorrise, impegnata a girare nella padella l'ennesimo pancake. Ne avevano preparati una trentina, notó Charlie.
«Nessun'altro è sceso per colazione?» chiese, cercando di apparecchiare la tavola.
«Solo Bill. Tutti gli altri dormono ancora, tuo padre incluso. Questa bella signorina si è offerta di aiutarmi», volse lo sguardo ad Helen, che stava spostando la padella nel lavandino. Nello sporgersi, la veste le si era sollevata di qualche centimetro, l'occhio di Charlie era caduto proprio lì.
Si battè una mano sulla fronte, strofinandosi gli occhi.
"Charlie, autocontrollo" lo invoglió la sua coscienza.
«Vado a svegliare gli altri, non possono perdersi una simile colazione» fece, lanciandosi nuovamente per le scale.
Dopo numerose proteste da parte di Percy e dei gemelli, che avrebbero voluto dormire ancora, tutti i Weasley si trovarono di sotto, a godere di quella splendida colazione. E lui, anche della splendida cuoca, che ora discuteva con i gemelli dall'altra parte del tavolo.

Le ore centrali della giornata passarono veloci.
Charlie aiutó suo padre con alcuni lavori, con il pensiero fisso alla lettera che aveva mandato a Jacob, domandandosi quando avrebbe ottenuto risposta.
Nel pomeriggio, il figlio di Amos Diggory, il giovane Cedric, si era recato a casa loro per discutere di alcune cose con Arthur.
«Vorrei sapere davvero cosa vi fanno mangiare in quella scuola!» asserì Charlie, rivolgendosi ai gemelli, che stavano confabulando qualcosa nel frattempo.
«Ali di pipistrello» rispose George, piuttosto ironico.
«Anche Cedric è cresciuto molto» notó Charlie, osservandolo da lontano, mentre dialogava con Arthur.
«Già...» fece Fred. «Fa giá conquiste il nostro Diggory»
«Una ragazza corvonero» sospiró George.
Poi gli occhi di quei due si accesero in un battibaleno, l'idea che avevano in testa prese forma.
Si fissarono un attimo e dissero insieme: «Partita di quidditch!». Charlie li guardó un istante, inarcando il sopracciglio.
«Avanti Charlie, dicci se non è un'idea fantastica» lo sfidó George.
«Credevo sapeste contare, voi due. Siamo pochi, non potremmo giocare. E anche se aveste pensato di invitare Cedric a restare con noi, e so che lo avete fatto, saremmo dispari, dato che Perce non giocherà mai» spiegó tutto d'un fiato.
«Hey Cedric!» lo chiamó Fred. «Ti andrebbe di restare per una partita di quidditch?».
Il giovane tassofrasso fu entusiasta di quell'idea, Fred poi gli si avvicinó per accordarsi.
«Allora non avete capito? Siamo dispari, Percy...» cercó di ribadire Charlie, ma George lo mise a tacere con un gesto della mano, poi disse: «Chi ha parlato di Percy? Su, vai a chiamare Helen» lo spronó suo fratello.
«Helen?» gli fece eco Charlie, George annuì.
A quel punto Charlie non parló oltre, si alzó dalla sedia, scostandola, e si diresse ai piani superiori.
"Helen?" meditó. "Giocare a quidditch?".
Ripetendosi mentalmente queste domande, giunse al sesto piano, dove si trovava la stanza degli ospiti.
Fece un respiro, preparandosi alla reazione della bionda, e battè le nocche contro la porta.
«Helen, sono Charlie, posso entrare?» domandó.
Dall'interno non arrivó alcuna risposta.
Charlie bussó di nuovo. Ancora nulla.
Forse stava male? Oppure aveva perso i sensi? O semplicemente stava dormendo.
Spinse la maniglia delicatamente, la porta si aprì, ma all'interno della camera non c'era nessuno.
«Dove Merlino si è...» sussurró, ma prima che avesse potuto concludere, come dando risposta alla sua domanda, Helen uscì dal bagno, chiaramente inconscia della sua presenza.
Il corpo era avvolto da un asciugamano bianco, piuttosto corto, che non lasciava molto spazio all'immaginazione. Aveva i capelli bagnati, pettinati all'indietro. Le gocce d'acqua scivolavano sulla pelle morbida. Era rimasto a fissarla, con le labbra dischiuse.
Poi Helen si accorse di lui, e urló dallo spavento, portandosi una mano al petto.
Charlie urló a sua volta, istintivamente, portandosi le mani agli occhi.
«Scusa, io...» cercó di formulare una sentenza, ma non gli venne nulla in mente. Era come paralizzato.
Poi scostó le mani, non seppe neppure lui perché, e fisso spudoratamente Helen, che aveva le guance tinte di rosso.
«Cosa ci fai qui, Charlie?» la sua voce era piuttosto pacata, per la situazione incresciosa.
«I gemelli vogliono fare una partita di quidditch, serve un giocatore» spiegó, cercando di guardare altrove, sebbene fosse difficile.
Avrebbe voluto essere una di quelle goccioline che le scivolavano lungo corpo.
«Ma io non ho mai giocato...»
Prima che potesse protestare, Charlie la fermó con un gesto, ribattendo: «Lo hanno proposto loro, io sono solo il messaggero, come un gufo», si portó una mano dietro la nuca, rise imbarazzato.
Helen sbuffó, fissandolo.
«E va bene!» si arrese. «Ma che nessuno si aspetti nulla». Charlie sorrise.
«Beh, allora, ecco... vestiti e, ci vediamo di sotto», la voce gli si strozzó in gola.
Con fatica staccò gli occhi dalla ragazza, e si voltó per uscire, ma Helen lo richiamó un istante: «Charlie, chiudi la porta quando esci», sorrise, un velo di sarcasmo tinto sul volto.
Charlie fece come gli era stato detto.
Non appena fu uscito, tiró un sospiro.
Era sudato, un po' per il caldo, un po' per la situazione appena passata.
Se fino ad un secondo prima si era chiesto che senso avesse fare la doccia a quell'ora, il caldo gli suggerì che era stata, in realtà, una giusta pensata.
Forse doveva ringraziare il mese di Luglio, per avergli fatto omaggio di quella stupenda visione.

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