Aveva le lacrime che le scendevano incontrollate, rigandole le guance. Nonostante lei cercasse di asciugarle con il dorso della mano, continuavano a straripare dai suoi occhi gonfi, come fossero fiumi in piena.
Charlie aveva invitato a ballare Erika Raylee, la persona che Helen più detestava, la stessa che, ogni qualvolta ne trovasse l'occasione, trasformava i suoi giorni ad Hogwarts in un inferno.
Ora era avvinghiata a lui, gli sorrideva e, cosa peggiore, lui ricambiava, le permetteva di guardarlo in quel modo, di desiderarlo.
Aveva avvertito il cuore spezzarsi in mille piccoli frammenti; aveva sentito una fitta allo stomaco, come se qualcuno le avesse appena sferrato un pugno, percependo subito una sensazione di nausea crescere sempre di più.
Lei non era mai stata così, non piangeva per i brutti voti e quelle cose lì, ma poteva un sentimento ridurla allo stremo? Sì.
Corse via dalla Sala Grande, non guardandosi indietro, trattenendo il fiato in cerca di un po' d'aria che le riempisse i polmoni, sentiva il respiro mancarle.
Si riversó nei corridoi, continuando la sua folle avanzata, rallentata dai tacchi.
Inizió a sentire un dolore a livello delle caviglie, estendersi fino ai talloni, pertanto, decise di fermarsi per sfilare le scarpe, appoggiandosi ad un muro, in modo da non cadere.
Le gambe sembravano non reggerla più, come se volessero abbandonarsi, crollare.
Proprio mentre era di spalle, sentí il rumore di alcuni passi e sperò non fossero quelli del signor Gazza o, peggio, del professor Piton.
«Helen».
Una voce, molto più simile a un sussurro, sembró trapassarle il petto con la stessa forza di un coltello affilato.
Restó ferma per qualche secondo prima di voltarsi. Non avrebbe mostrato a lui le sue debolezze, non avrebbe permesso a nessuno di prendersi gioco di lei.
Lo vide a pochi metri di distanza; sembrava avesse corso, perché aveva un leggero fiatone, la cravatta totalmente slacciata e la camicia leggermente sbottonata.
Era agitato.
Helen mantenne, invece, una certa compostezza, incrociando le braccia al petto, mentre con la mano sinistra reggeva le proprie scarpe, notando che, senza di esse, aveva perso qualche centimetro di troppo.
Era a piedi nudi, ma non le importava.
«Oh Charlie, ma che ci fai qui? Corri, la tua dama potrebbe sentire la tua mancanza»
Aveva assunto un tono ironico e pungente.
Helen Clark non era affatto una biscia, come tanto amava ricordarle la Raylee; Helen Clark era una serpe, con del veleno vero, in grado di utilizzarlo nei momenti ritenuti opportuni.
E questo era uno di quelli, doveva difendersi, doveva attaccare, per proteggersi.
«Anche il tuo bell'accompagnatore francese» ribattè subito lui.
Lo aveva notato e aveva deciso di fare la medesima cosa, cercando di farla ingelosire con Erika.
Peccato per lui che avesse sbagliato la scelta della dama, perché quella, più che farla ingelosire, l'aveva irritata, nauseata, parecchio.
Lo vide avvicinarsi, tuttavia non si mosse di un millimetro, era stanca di scappare, allontanarsi, lo avrebbe affrontato e se lui avesse continuato con quei suoi atteggiamenti, beh, avrebbe finito lí qualsiasi cosa loro avessero cominciato.
O almeno questo credeva, ma ne era spaventata.
Helen era abituata, allenata, al dolore, ci aveva convissuto per molti anni, sapeva cosa significasse sentirsi il mondo cadere addosso, sapeva come affrontare lo sconforto.
Dopo la morte di sua madre, niente l'aveva più toccata, scalfita.
Tranne lui. Charlie Weasley aveva fatto breccia nelle sue difese, aveva fatto irruzione prima nella sua testa, poi nel cuore.
Ora si sentiva delusa, ferita dall'unica persona a cui lei avesse permesso di entrare, a cui lei, infondo avesse teso una mano, aiutandolo a sorpassare le mura che da molto tempo la difendevano.
Il motivo per cui lei glielo avesse permesso non le era ancora chiaro; era stufa di nascondersi, di aver paura di esporsi, di aver paura di soffrire ancora, annegando nuovamente in quel mare che si portava dentro.
Ma lui era riuscito a stare a galla, lui non era affondato in quel mare, non aveva indietreggiato alla vista delle onde.
E ora...era pentita, perchè pensava che forse, sarebbe stato meglio non farlo accedere, non fargli attraversare le porte del suo cuore, chiuderle con un dannato incantesimo, ergere fortificazioni su fortificazioni, salvaguardare quel poco della propria anima che le restava, marcia.
Le lacrime sembravano non voler sentire ragioni, ricominciando a solcarle il viso. Non cercava neanche più di fermarle, non ci sarebbe comunque riuscita.
Charlie era a pochi centimetri da lei, non proferiva parola, solamente, la guardava.
Poi con la punta del pollice le asciugó una goccia salata, riversatasi sul volto.
Fu un tocco leggero, delicato.
«Helen non piangere»
Lo disse con una tale dolcezza, che la fece rabbrividire.
Bastava poco, davvero poco per toccare con un dito, per vedere, colpire, quel punto vulnerabile che tanto voleva celare, che tanto voleva riparare dalle intemperie che imperversavano la sua vita, da sempre.
Aveva la bocca pastosa e mille cose che desiderava dirgli, ma riuscí solo a pronunciare una frase.
«Mi sono innamorata di te» glielo confessò con un filo di voce. «Sono innamorata di te, ma davvero. Con te io mi comporto in un modo che non mi appartiene, non sono logica, razionale, come mio solito, mi faccio manipolare come un burattino dalle mie emozioni, dai miei sentimenti, dalle cose che provo per te e, per Salazar, Charlie, io non lo so cosa siano!» si fermò un attimo, notando il ragazzo abbozzare un sorriso. «Mi riempi Charlie, tu mi riempi di mille cose; mi sembra di guardare, per la prima volta, il mondo che mi circonda a colori, un mondo che per me è sempre stato in bianco e nero.»
Le lacrime non smettevano la loro impervida corsa verso il basso, ma a lei non importava, perché venivano dal cuore; era rimasta nuda di tutte le sue difese e a coprirla, solo quell'elegante abito verde.
"Dobbiamo essere nudi dinanzi al vero amore" le parole della Cooman le rimbombarono tra le tempie.
Gli prese il volto tra le mani senza che lui riuscisse a formulare una qualche risposta e lo baciò, intensamente, come ad accertarsi che lui fosse lì davvero, come spaventata che potesse andarsene da un momento all'altro, fuggire, lasciarla lì, a combattere contro la tempesta che lei stessa aveva scatenato.
Si staccò, appoggiando la fronte su quella di Charlie, il quale aveva posato le proprie mani su quelle di Helen, accarezzandole, baciandole dolcemente.
«Charlie, non ferirmi, non più di quanto abbia fatto la vita. Illogicamente ti ho fatto oltrepassare le difese che ho eretto, minuziosa, in tutti questi anni, attorno al mio cuore e credo di aver sbagliato..» sospiró, come a riprendere fiato, aveva pronunciato quelle frasi troppo velocemente «Ma ti prego, sii lo sbaglio giusto, sii quello più ragionevole che io possa fare.»
Charlie la strinse forte, azzerando, nuovamente, le distanze tra le loro labbra. Non era un bacio normale, in questo Helen percepì qualcosa di forte, di vivo: amore.
Ma cos'era l'amore? Helen non lo sapeva, eppure giurò di averlo sentito.
Avvertì sicurezza, protezione, dolcezza.
Lui separò per un attimo la sua bocca da quella della ragazza.
«Non posso immaginare cosa tu abbia passato o provato in questi anni, ma una cosa la so, Helen, che legarmi a te è la cosa più sensata, più bella, che io abbia mai fatto. Credimi. E non ti faccio promesse che non posso mantenere, come il non deluderti, ritengo sia inevitabile, ma ti prego, Helen Clark, permettimi di provarci; permettimi di starti vicino, non allontanarmi, non respingermi. Permettimi di amarti.»
Helen piangeva ancora, ma non di tristezza.
Un grosso sorriso le si allargò in volto. Un sorriso che fu beato delle labbra del rosso, come un meccanismo chiave-serratura.
Continuava a baciarlo, in apnea, non riusciva a credere che tutto quello fosse vero. Desiderava donarsi completamente a quell'amore, provare cose mai provate prima, voleva lui, lui e solamente lui. Avrebbe continuato ad intrecciare le loro lingue per ore, quando udì dei passi farsi sempre più vicini. Riconobbe le voci: il signor Gazza e il professor Piton.
«Dannazione, se ci vedono, è la fine: mi espelleranno dalla scuola» disse allarmata.
Afferrò il polso di Charlie, inducendolo a seguirla.
Il suono dei passi si faceva vicino, sempre di più.
Estrasse la bacchetta, pronunciando un'Alohomora, aprendo la porta della prima stanza che le si presentò. Sentiva il cuore battere all'impazzata, il respiro affannato. Non si accorse subito di dove fossero entrati, poi si guardò attorno, focalizzando.
Era l'aula di Divinazione.
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Omnia Mutantur
Fiksi Penggemar[AN HARRY POTTER SPIN-OFF] Tutto cambia, niente muore. (Tratto dal testo) «Di fronte al vero amore dobbiamo essere nudi, cioè sinceri ed autentici, pronti a donarci interamente, affinchè riesca ad emergere la parte migliore di noi.» fece una breve p...
