65. Avrebbe sempre voluto allontanarsi da Solvang

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REVISIONATO

Era tornata a casa.

La stanchezza di quella giornata, ma in realtà di tutto quel viaggio, era arrivata persino a lei ed era stata costretta a dormire spassionatamente da quando avevano ripreso la macchina.

E persino lì, davanti a casa sua, le si chiudevano gli occhi e non faceva altro che sbadigliare. Inoltre la valigia pesava e i vestiti che aveva addosso ancora bagnati non facevano che farla rabbrividire.

Guardò l'auto allontanarsi e, come tutte le volte precedenti, Jaden non aveva nemmeno allungato lo sguardo verso di lei. Figuriamoci salutarla.

Ma era fatto così, ci aveva fatto l'abitudine.

E il bacio dentro l'acqua era stato già di per sé piuttosto imbarazzante: Aura non aveva fatto altro che prenderla in giro per tutte le stronzate che aveva sempre detto su di lui e Nate aveva passato la maggior parte del tempo a fulminarli ogni volta che si avvicinavano.

Eppure, era stata la giornata migliore di sempre. Non importava più che avesse perso dei soldi, che i problemi sarebbero tornati l'indomani e che Eric non l'aveva più chiamata.

La sua auto era nel vialetto, così come quella di Catlin, e la luce del soggiorno era accesa.

Erano solo le dieci di sera e lei era pronta a fare il suo ingresso, nonostante la sfuriata a cui si sarebbe dovuta sottoporre, perché il suo stomaco non faceva che brontolare per la fame.

Si trascinò al portone con lentezza e non ebbe nemmeno voglia di cercare la chiave; suonò il campanello e aspettò che qualcuno le venisse ad aprire. Restò sul portico per dei minuti buoni, fin troppi minuti. E la pazienza non era più il suo forte, non dopo quella stressante vacanza a Las Vegas.

Si portò lo zaino davanti al busto e, con qualche maledizione sussurrata, riuscì a trovare la chiave. Eppure, quel bentornato non era come se l'era aspettato.

Non ci andava neppure vicino.

La cucina era limpida, pulita come non lo era mai stata. Ma il vaso dei fiori finti sull'angolo del ripiano era a terra e le sedie scaraventate, quasi in mezzo al passaggio, non presagivano nulla di buono.

O quei due avevano litigato in sua assenza, ed uno era corso lontano da quella casa infuriato, oppure c'era qualcosa che non andava. E considerando il fatto che Eric e Catlin raramente discutevano, c'era da preoccuparsi.

Davina prese un respiro profondo, sentendo le sue terminazioni nervose risvegliarsi di colpo. Ma non fece in tempo a prendere il telefono e comporre qualche numero.

Uno scricchiolio del pavimento.
C'era qualcuno nel salotto.

<Finalmente ci conosciamo di persona Davina.> il cuore martellò nel petto, aprendole una voragine immensa che non fece altro che farla sprofondare.

Il suo istinto di sopravvivenza morì sul colpo.

Con calma, lasciò il manico della valigia nell'ingresso e circondò il tavolino della cucina per avere una visuale più aperta sul salotto, e sull'intera casa. La luce della lanterna vicino al divano era accesa e rifletteva un'ombra lungo la parete della televisione che Davina faticava a riconoscere.

In fretta, si allungò ad accendere tutte le altre lampadine.

Un signore se ne stava comodamente seduto nella poltrona di Eric, la stessa che lui utilizzava per correggere tutti i test di storia e per guardare le sue adorate partite di baseball.

I capelli grigi portati indietro dal gel, i lineamenti aguzzati e il sorriso marcato seminavano inquietudine. Ma era il completo firmato e la sua posizione regale a confonderla sempre di più.

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