REVISIONATO
Davina non si ricordava bene quel giorno come avrebbe voluto veramente fare.
Ricordava solamente di aver ricevuto quella chiamata, di essersi precipitata fuori casa in tuta e di aver corso a più non posso verso l'ospedale di Solvang.
Lì dove le era crollato il mondo addosso.
In confronto a lei, quel posto era così ordinato e sereno. Eppure, c'era molta gente in giro per i corridoi, molti dipendenti scherzavano e ridevano tra loro, alcuni anziani persino facevano colazione tranquilli al bar.
Ma della sua tranquillità quel giorno non c'era traccia.
Si sentiva male dallo sforzo, dalla preoccupazione e persino dal dolore.
Nate si alzò dalla sedia scomoda di legno non appena la vide precipitarsi dentro il pronto soccorso, spaventando un paio di bambini all'ingresso.
Quando lei si fermò davanti a quello che era sempre stato il suo migliore amico, non riuscì a far altro che ad abbracciarlo con tutto l'affetto che aveva sempre provato.
<Perché? Cosa è successo?> aveva chiesto immediatamente.
<Non lo so.> Nate ingoiò un fiotto di saliva, ma non la lasciò andar via da quell'abbraccio. Se la strinse addosso, quasi volesse proteggerla da tutti i mali e le sofferenze del mondo. <I medici stanno facendo degli esami da quando sono arrivato, ma non mi è stato detto nulla.> la voce quasi rotta dal pianto.
<Perché?> la sua maglietta di cotone bianca venne stretta con potenza tra i pugni di Davina.
<Perché non sono un parente, e perché non mi ritengono calmo abbastanza da dirmi che sta succedendo.> Davina scavò con il mento lungo il collo di Nate, restando in quell'intima posizione a lungo.
Erano iniziate le vacanze di Natale e loro due le passavano dentro l'ospedale.
Nessuno dei due disse più nulla, ma non si erano mai abbracciati per così tanto tempo. Fino a consumarsi quasi per le carezze che si stavano regalando.
Quando Nate prese posto sulla sediolina in legno lungo il corridoio, Davina preferì restare in piedi e calmare l'ansia camminando avanti e indietro più volte. Si controllava le pellicine delle unghie, guardava l'ora sull'orologio, si legava i capelli per poi scioglierli e sbuffava spazientita.
L'ansia iniziava a salire, le bloccava lo stomaco e le faceva girare la testa.
<Perché ci mettono così tanto?> vociò poi, dopo un paio di ore passate a fare sempre le stesse medesime cose. <Non ce li ha dei parenti che possano venire qui, ci siamo solo noi.>
Nate si rialzò in fretta, accortosi della confusione e del fastidio provato da tutti gli altri presenti in quel corridoio a causa della voce alta e poderosa della sua amica.
<Calmati Dav...> le strofinò sulle braccia le sue mani accaldate, sorridendole cauto. <perché non facciamo un giro qui fuori, prendiamo una boccata d'aria e poi rientriamo?>
Davina alzò il capo per guardarlo, ma non si espresse in nessuna frase. Non rispose nemmeno a gesti. Rimase immobile con gli occhi puntati sulla tinta del muro alle spalle di Nate.
Rimasero di nuovo così per minuti interi: bloccati in quei contatti ravvicinati alla ricerca di un minimo di conforto. C'erano solo loro due.
Perché sono loro due?, si chiese Davina in un secondo momento.
L'aria si fece aspra quando Nate la strinse nuovamente in un caloroso abbraccio, massaggiandole delicato la schiena e lasciandole baci a sfioro sulla fronte.
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UNhappy
Teen FictionUn passato da dimenticare, un senso di mistero che si cela dietro quegli occhi sempre truccati e una lingua biforcuta hanno sempre caratterizzato Davina Foster. Tutti la conoscono, ma nessuno lo fa veramente. Un animo tormentato e oscuro, una ragazz...
