47. Affari. Accordi. Trattati.

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REVISIONATO

JADEN: raggiungimi a Oxnard

Nate guidò per tutto il pomeriggio, appena dopo la fine dell'ultima lezione, per raggiungere il suo amico in quel giro infernale che l'aveva tenuto rinchiuso per settimane.

Era arrivato il momento di farla finita.

Anche se Nate non era mai entrato in quell'accordo grazie a Jaden, comunque non si era di certo fatto mettere in un angolo in quei due mesi di duro lavoro.

Aveva aiutato Jaden segretamente.

Gli recuperava le vie di fuga dei locali, ritrovava i testimoni, ci parlava cordialmente - manipolandoli senza darlo a vedere - e gli prometteva fior di soldi in cambio del silenzio.

Ma era arrivato il momento di tornare alla vita normale, quella dove crimini del genere venivano pagati a caro prezzo se fatti.

Arrivò davanti all'enorme palazzo della Burke&Company, trovando ad aspettarlo Jaden Reyes.

La felpa gli ricadeva larga sul busto scolpito, così come i jeans a sigaretta. Appoggiato al cofano della sua macchina, finì la sigaretta.

<Ce l'hai?>

Nate annuì tranquillo, posteggiando la moto al suo fianco. Avrebbero fatto dei danni quel pomeriggio, eppure sembravano pronti per andare a giocare una partita di basket.

<Fai fare a me Jay, resta zitto.> Jaden alzò gli occhi al cielo di fronte a quel brusco ordine, ma evitò di contraddirlo.

Sapevano entrambi quanto Nate potesse essere più spietato di Jaden a parole.

Arrivati alla reception dell'azienda, Jaden mise su un sorrisetto furbesco mentre stringeva un occhiolino verso la segretaria.

Non dissero nulla di più che un: <Dobbiamo parlare con Burke.> e salirono sull'ascensore.

Tutti in quel palazzo avevano imparato a sopportare il carattere arrogante di Jaden in quei mesi, ma soprattutto ad evitare problemi quando lo si vedeva nervoso. Le voci giravano e la sua fama lo precedeva. Era un combinaguai, uno di quelli della peggior specie.

Il palazzo era gremito di gente: dipendenti che camminavano avanti e indietro per i lunghi corridoi con cartellette sottobraccio e tazze di caffè fumante tra le mani. Gente che urlava, dentro i propri uffici, per situazioni diventate scomode.

Nate si guardò intorno quasi sconvolto. A differenza di Jaden, che oramai si poteva dire abitasse in quel posto, lui non ci aveva mai messo piede.

Era una cosa che Jaden aveva evitato a tutti coloro che gli stavano accanto.

Il ding dell'ascensore li risvegliò da quel momentaneo tepore.

Nate si strofinò le mani lungo i pantaloni eleganti, la valigetta che penzolava lungo il polso, la postura rigida ma lo sguardo delicato.

L'ultimo piano sembrava quello più silenzioso fra tutti, ma anche quello più inquietante.

L'orologio, sulla parete del corridoio, scandiva i secondi con un rumore pressante. Gli uffici, completamente in ordine, avevano vetrate limpide e dipendenti che non alzavano nemmeno lo sguardo dal portatile.

Sembrava una fabbrica omicida.

L'ultimo ufficio, quello di Burke, era l'unico con pareti vere ed estremamente buio, visto dal corridoio.

Jaden si gettò dentro senza nemmeno bussare.

Il sorriso appena accennato, la mano ferma sulla maniglia della porta per far entrare Nate. Tutto in quei due sembrava dare nell'occhio, soprattutto il modo in cui si presentavano.

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