75. Era sempre stata la loro anima gemella. E l'avevano dovuta seppellire.

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REVISIONATO

When I Close My Eyes - Tom Odell

<Tu non stai bene.> Nate si rigirò nel letto, evitando di spostarsi troppo per non cadere sul pavimento. <Io ti conosco e...>

<Sei ubriaco ogni tre per due, non sei proprio la persona giusta per farmi ramanzine.> Aura si coprì nuovamente con il lenzuolo, appoggiando poi la testa contro la schiena nuda e possente del suo ragazzo.

Entrambi rimasero in quella posizione in silenzio, beandosi dei pochi momenti che potevano vivere l'uno al fianco dell'altro.

Avevano passato l'estate lontani.

Aura aveva occupato il suo tempo a visitare gli Stati Uniti d'America, in treno e in autobus. Era partita da Los Angeles, poi si era spostata a Miami e Washington, infine aveva attraversato tutti i paesi del nord per tornare a casa. Aveva consumato tutti i risparmi di una vita dopo che suo padre, non sapeva come, era riuscito a ripagarle tutti i debiti rimasti.

Mentre Nate si era dato all'alcol, al fumo e alle droghe. Passava le serate in club e pub, si sbronzava fino al vomito e poi ripartiva la mattinata seguente senza fare nulla di troppo complicato.

Si erano sentiti sempre, meno rispetto a com'erano abituati a fare, ma si erano comunque tenuti in contatto. Eppure, non si erano mai incrociati prima che Aura si decidesse a mettere piede a San Francisco; nonostante i soldi di cui invece disponeva, per Nate prenotare un biglietto aereo e partire per raggiungerla sarebbe stato un sacrificio enorme in quel periodo.

E nessuno si era mai sentito di giudicarli.

Da quando avevano appreso della morte della loro migliore amica, si erano sfasciati. Nate nel senso più letterale del termine, Aura in quello più figurato.

Aveva perso l'unico spiraglio di luce che le era rimasto dopo i traumi vissuti a causa della sua famiglia, e aveva smesso di importarsi degli altri – molto più di quanto faceva già prima.

In tutti quei tre mesi di lontananza non si era mai fatta sentire né con Eric, né con Catlin. Non aveva mai risposto alle loro telefonate, ai loro messaggi, né aveva mai accettato qualsiasi invito a tornare a casa loro.

E non lo faceva nemmeno con cattiveria, forse il motivo era molto più radicato infondo e forse era lo stesso che non faceva tornare a Solvang nemmeno Jaden Reyes.

E Nate aveva capito entrambi.

<Perché non torni per il ringraziamento?> la voce impastata dal sonno. <I miei pensavano di fare una cosa tranquilla, invitare i Lieberman a casa e pranzare tutti insieme. Potremmo liberarci un po' la mente.>

<Andare a pranzo con i Lieberman riuscirebbe a liberarmi la mente?> Aura non aprì nemmeno gli occhi, e comunque le immagini di un possibile pranzo insieme le facevano già venire la nausea.

<Non puoi trasferirti qui e dimenticare cosa loro abbiano sempre fatto per te.> forse Nate era l'unico che, nonostante la via sbagliata presa, continuava a ragionare e pensare. <Ti hanno aiutato molto più di quanto abbia fatto io.> aprì a malapena un occhio per osservare che ore fossero.

Era la prima mattina che si svegliava così presto, la prima serata che non aveva passato a ubriacarsi o a fumare. <Sarà breve; posso venirti a prendere in mattinata, andiamo a pranzo e poi la sera ti riaccompagno qui.>

Perché quella era l'unica soluzione possibile al suo desiderio di voler allontanarsi dalla loro vecchia città.

<Non lo so.> un suo respiro profondo solleticò la schiena di Nate, che rabbrividì.

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