68. Su quel filo sottile che era la morale

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REVISIONATO

Era passato un mese.

Un mese esatto da quando aveva avuto quella famigerata discussione con Andrew McConvey, che l'aveva portata ad impazzire.

Tutti quelli che le stavano accanto non la riconoscevano più; per colpa del fatto che ogni giorno finiva per andare a correre, senza tornare per ore, per colpa dell'espressione sempre più cupa, che mostrava più spesso del previsto. Per colpa del fatto che aveva iniziato ad isolarsi, ogni giorno sempre di più di quello precedente.

<Tesoro, vai a correre un'altra volta?> Eric la fissava dalla cucina con sguardo scrutativo: le mani ferme sull'impasto dei biscotti e gli occhiali da vista ormai ricaduti sulla punta del naso.

<È un problema?> Davina si infilò le cuffiette nelle orecchie e si sistemò la giacca sopra la maglietta aderente, evitando di guardarlo negli occhi.

<No, certo che no. É solo che...> la sedia davanti a lui produsse un rumore fastidioso a contatto con il pavimento quando la spinse. <è strano, tutto qua. Stamattina sei già andata a correre.> lo sguardo sorpreso scivolò su tutta la longilinea figura di Davina.

In quel mese si era tonificata molto grazie alle numerose corse e alle giornate passate in palestra.

Era quello che le permetteva di non pensare.

Pensando, non faceva altro che deprimersi. La sua vita non sarebbe stata migliore di quella che aveva condotto a Solvang in tutti quegli anni e la mancanza di tutti si sarebbe fatta sentire dentro le vene.

E allora correva, a perdifiato. Cercando una scusa per spingere i piedi contro l'asfalto, perdere il fiato, sentire il cuore pompare sangue a sfinimento.

Correva come se qualcuno la rincorresse.

E così fece anche quel pomeriggio.

Solvang, all'ora di punta, aveva un ché di magico. Forse era il tramonto verso l'orizzonte del mare, forse erano le luci delle innumerevoli macchine che incrociava, forse erano le voci di sottofondo dei bambini nei parchi.

Aveva rivalutato molto quella città da quando aveva iniziato a scorgerne i dettagli con sguardo nostalgico.

Non sarebbe più tornata nella sua casa, nella sua vita. Per lei non sarebbe più esistita Solvang, o lo avrebbe fatto solo nei ricordi.

E Davina sapeva bene quanto i ricordi potessero affievolirsi con il tempo.

Corse, ancora più forte, quando quel terribile pensiero tornò dirompente nella sua mente. Spazzolò via la voglia di voler andare sempre più veloce, di perdersi nel buio della sera, di non far rientro a casa sua.

Quella era una condanna.

Perché sentiva i muscoli tirare, il sangue scaldarsi, le goccioline di sudore scivolarle lungo il volto in continuazione. Eppure, non ne aveva mai abbastanza.

Spinse le sue gambe sempre più lontano, sempre più forti, con un ritmo sempre più irregolare. Non riusciva a stare al passo con la musica nelle orecchie, con i battiti accelerati del suo cuore, con il sottofondo inconfondibile di libertà.

La fitta allo stomaco sembrò arrivare prima del tempo.

Ma, quando Davina alzò gli occhi sulla strada, si accorse di essere arrivata più in là del percorso che di solito portava a termine.

Quell'angusto palazzo era alla sua sinistra ed era più macabro che mai: sempre con la muffa sulle pareti, con i balconcini fatiscenti e la vernice sui muri scrostata.

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