55. A dir la verità, sembrava sapere sempre tutto

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REVISIONATO

Era passata una settimana.
Una lunghissima settimana.

Niente apparecchi elettronici significava niente svago o tempo libero, motivo per cui Davina aveva spremuto tutti i suoi neuroni per impegnarsi nello studio giorno e notte. Evitando di pensare, più che altro.

Amber non era simpatica, il padre men che meno. Non che le avessero mai fatto mancare qualcosa in quei lunghi giorni, ma di certo l'aria familiare che sentiva ogni volta che tornava a casa da scuola a Solvang, lì non l'aspettava quasi mai.

C'erano solo: 'Com'è andata al lavoro?' oppure 'A che punto sei con lo studio?' o peggio ancora 'Come si sta a Solvang?'. Nulla che la facesse sospirare dal sollievo ogni volta che doveva mettere piede in quella casa di rientro da una lunga mattinata.

E non era pienamente sicura che fosse per colpa della sua presenza inattesa.

Il mattino era sempre silenzioso in casa e la sveglia presto per il lavoro le permetteva di non doversi sorbire le occhiate curiose e arcigne dei suoi parenti. Che parenti di sangue non erano, in fin dei conti.

E forse era anche quello a frenarli dall'instaurare un qualsiasi rapporto civile.

Come di routine, anche il sabato mattina, si alzò con la testa che pulsava dal dolore e un peso sul petto. La lontananza dai suoi affetti iniziava a farsi sentire.

Spalancò le finestre della minuscola stanza degli ospiti in cui l'avevano messa e lì, affacciata su una delle peggiori viste di sempre, prese il suo caffè allungato.

Lì non c'era calma, non c'era silenzio nemmeno a quelle prime ore del giorno e non aveva Eric che le urlava in faccia per svegliarla e obbligarla ad andare a scuola.

Lui, più di tutti, le mancava incessantemente.

Nonostante quello che le aveva fatto, nonostante il fatto che non avesse la voglia di chiamare nemmeno lui a fine giornata, nonostante il fatto che lo odiasse, lui le sarebbe mancato sempre più di tutti gli altri.

Non aveva più ricordi di suo padre, nemmeno più riusciva a collegare una voce a quel volto giovane e pieno di vita, ma sapeva che tutto quello che avrebbe potuto fare con lui lei lo aveva sempre fatto con Eric.

Tutte le colazioni appena sussurrate perché ancora troppo stanchi entrambi per parlare, ma in cui le preparava sempre il suo caffè annacquato ancor prima che lei si svegliasse. Tutte le conversazioni culturali che le regalava - come se sapesse sempre tutto incredibilmente - senza arroganza o saccenza.

E poi era sempre lui a portarla in vacanza, sempre lui che non riusciva mai a dirle di no, sempre lui che la colmava con il suo misero affetto.

E forse, era strano a dirsi, ma l'aveva plasmata. Molto più di quanto fosse sempre riuscito a fare il passato e tutto quello che lei aveva affrontato con il tempo.

Avevano la stessa calma, la stessa pazienza e lo stesso modus operandi di risolvere le cose. Sempre con la testa bassa, il respiro pesante e un'espressione arcigna a sottolineare la concentrazione.

L'unica cosa che Davina non sentiva di aver preso da lui era il suo modo di socializzare, di farsi volere bene da tutti.

Ma quello non era mai stato dipeso da lei infondo.

Da quando, a Solvang, aveva iniziato a girare voce che lei fosse la figlia del demonio, nessuno si era più avvicinato per parlarle, nessuno l'aveva mai salutata nei corridoi della Sid o nei marciapiedi della città.

Era diventata, forse, la persona più popolare di Solvang, senza però portarsi dietro le cose belle della popolarità.

La sveglia squillò per l'ennesima volta, impostata per ricordarle di darsi una mossa e per farla uscire per raggiungere la biblioteca in cui prestava volontariato in orario.

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