17. Sembri un nano, un nano infangato e arrabbiato

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REVISIONATO

Sbuffava e si lamentava per la maggior parte del tempo, ma era comunque costretta a rimanere chiusa dentro quella palestra insieme ai giocatori della squadra di basket.

Le era costato caro quel gesto eroico nei confronti di Aura: Eric l'aveva giustamente ripresa sia per la cazzata fatta sia per le responsabilità che si era presa, poi però si era congratulato con lei per la lealtà.

In compenso, aveva ottenuto una cena offerta da Aura.

Ma, qualsiasi cosa avesse preso per cena, non valeva lo starsene seduta a sgobbare con la metà dei giocatori che facevano battutine credendo di risultare simpatici.

Il primo giorno di pulizie l'aveva passato a spolverare, riordinare e tinteggiare gli stanzini sperduti della palestra. Aveva gonfiato i palloni, buttato gli attrezzi ormai decadenti e dato una sistemata a quelli utilizzabili.

Il secondo giorno si era occupata della tribuna: aveva carteggiato ogni possibile angolino di quelle sedute in legno, le aveva lucidate e poi ripulite.

Il terzo giorno si era occupata delle finestre, alte e quasi impossibili da raggiungere. Si era fatta aiutare dal custode con la scala e con i vari attrezzi, ma aveva dovuto tirar via ogni singola ragnatela e lustrare tutti i vetri da sola.

Era il quarto giorno.
E penultimo.

Aveva parlato con il professore Ambrose, cercando di capire cosa servisse al pavimento della palestra e cosa dovesse sistemare più di quello che aveva già fatto. Perché oltre a spazzare e lavare non vedeva cos'altro potesse fare.

Ma il professore le aveva fatto notare che si era scordata dei battiscopa. O, forse, li aveva deliberatamente ignorati.

Per quello si trovava piegata a terra alle cinque e diciotto del pomeriggio sperando che i giocatori di basket si concentrassero sui loro allenamenti più che sulla sua ambigua posizione.

Non ci aveva preso proprio per nulla.

E, da aggiungere alla lista di cose ultra-fastidiose, ci si metteva anche il coach con il suo fischietto. Salutava e fischiava, ordinava e fischiava, faceva battutine e poi fischiava.

All'ennesimo stridio di quel pomeriggio, Davina si sedette e fulminò con un solo sguardo il coach della squadra.

<Coach potrebbe evitare di fischiare ogni due secondi?> lo vide sorridere divertito, per poi tornare nella sua espressione impenetrabile che gli aveva sempre visto.

<Signorina Foster, la prossima volta veda di non finire a pulire la palestra durante le ore di allenamento se non vuole sentire il mio fischietto.>

E poi di nuovo il fischio. <Terence, mi sembri mia nonna che va a fare un salto dal dottore. Muovi quelle gambe!> e ancora il fischietto.

Davina era certa che, se lo avesse trovato da qualche parte durante le sue pulizie, glielo avrebbe bruciato. Non aveva dubbi a riguardo.

Non si capacitava di come non riuscisse a perdere la voce ogni due giorni. <De La Cruz, concentrazione!> e poi il fischietto.

Davina alzò gli occhi al cielo, appoggiandosi contrariamente al muro. E ignorò volontariamente Jaden, che palleggiava poco più distante da lei.

In quei giorni, in cui aveva dovuto passare i suoi pomeriggi a una vicinanza ristretta, l'aveva visto mascherare bene il dolore.

Magari serrava i denti, evidenziando la mandibola. Altre volte l'aveva visto arricciare il naso, portarsi le mani alla fronte, appoggiarsi alla base del canestro di tanto in tanto.

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