REVISIONATO
MEZZE VERITA' - Lazza feat. Kid Yugi (Jam)
Aveva passato le prime settimane dopo la sparatoria a casa di suo fratello, a Oxnard.
Lì dove era stato servito e riverito seppur non avesse riportato nemmeno un misero graffio. Con quello che gli preparava la colazione, quella che gli puliva camera e quella che gli riportava i vestiti comodamente profumati.
Eppure, tra tutti, la persona più fastidiosa era sicuramente stata suo fratello Dylan.
Ogni volta che si incontravano, perché era raro che lo facessero dati i turni singolari in ospedale di Dylan, non ne usciva mai una conversazione decente.
Ne aveva avute piene le palle per tanti giorni di quelle misere chiacchierate inutili.
Eppure, il punto di non ritorno l'aveva raggiunto quando Dylan gli aveva sbattuto in faccia tutta la ricchezza che si era guadagnato in maniera pulita. Rivendicandogli addirittura tutto lo sfarzo di cui si cibava da giorni.
Allora Jaden aveva fatto i pochi bagagli che aveva e si era messo in macchina, in direzione dello scomodo divano dell'ufficio di Alan.
Ma aveva avuto l'accuratezza di evitare di fargli sapere che fosse tornato, o di aver occupato abusivamente il suo capannone, perché la voglia di sopportare un Alan paternale e premuroso, al contrario, non gli era mai tornata.
Aveva faticato a sopportare suo fratello per almeno mezz'ora al giorno, avere Alan tra i piedi per tutte le ore della giornata era come una mazzata sulle palle.
E Jaden ne faceva volentieri a meno.
Motivo per cui si rifugiava nell'autofficina solo ad orario inoltrato della notte, con coperte e cuscini, dove schiacciava brevi pisolini prima di ripartire per mete da destinarsi.
Per giorni aveva vagato in giro senza destinazioni: si tirava dietro la sua Jeep tra spiagge quasi deserte e paesaggi collinari sperduti, evitando le masse di gente.
E il carico era leggero. Ad accompagnarlo aveva una sola valigia con il minimo indispensabile. E, infilato nella testata del sedile del passeggero, c'era ancora quello stupido cappellino di Natale.
Quello, e solo quello, era stato il motivo per cui – a casa di Dylan – ogni giorno era sceso in garage per chiudersi in macchina. E lì, in quella piccola oretta di pace, l'aveva pensata incessantemente.
Ma poi, di ritorno alla Sid dopo diverse settimane di lontananza, aveva appreso la notizia più sconvolgente di sempre.
Davina Foster aveva lasciato Solvang per trasferirsi a New York.
Ed era impazzito, ufficialmente.
Aveva cercato in lungo e in largo qualcuno che potesse dargli qualche informazione, ma mai aveva ottenuto resoconti uguali.
Qualcuno diceva che si fosse trasferita definitivamente, qualcun'altro che andasse a far visita a dei parenti per un lutto, altri che era in punizione chiusa da qualche parte senza telefono.
Nessuno aveva sue notizie. E nemmeno Nate e Aura si erano mai fatti sentire o vedere quel giorno.
L'unica cosa che gli era rimasta da fare era correre a casa sua, vedere con i propri occhi la sua camera vuota e spoglia e il dolore negli occhi dei suoi tutori.
Solo allora avrebbe avuto la conferma decisiva che se n'era andata. Eppure, in cuor suo, sapeva che anche in quel caso l'avrebbe raggiunta e l'avrebbe riportata a casa con sé. E se non avesse voluto tornare a Solvang, allora avrebbero potuto trovare qualsiasi altro posto.
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UNhappy
JugendliteraturUn passato da dimenticare, un senso di mistero che si cela dietro quegli occhi sempre truccati e una lingua biforcuta hanno sempre caratterizzato Davina Foster. Tutti la conoscono, ma nessuno lo fa veramente. Un animo tormentato e oscuro, una ragazz...
