Prologo

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~Non puoi controllare tutti
gli eventi, se le cose non
vanno come dovevano non è sempre colpa tua. Rialzati
e trova una soluzione~
Hell

DARYL

Due mesi prima degli eventi narrati.

Controllo per l'ennesima volta l'orario sul cellulare: quattro e trenta del mattino. Ormai ci siamo.

È da circa un'ora che aspetto, insieme ai miei uomini, il carico di cocaina da prelevare e consegnare direttamente nelle mani di Arena.

Sono anni ormai che non faccio più il corriere della droga, ma Arena mi ha chiesto un favore in cambio di una cospicua somma di denaro e a me, quei soldi, servono.

Il mio personale giro di affari non sta andando come dovrebbe, quindi questo lavoretto è arrivato al momento giusto.

Non è nulla di troppo impegnativo: i tizi arriveranno qui al porto con la macchina carica di coca, uno di noi si metterà al volante mentre gli altri faranno da scorta o diversivo, utile nel caso sopraggiunga l'imprevisto di qualche posto di blocco.
So già che, nel malaugurato caso gli sbirri si facciano vivi, quel ruolo toccherà a me, infatti, consapevole di ciò, sono l'unico da solo. Anni di corse clandestine mi hanno ben preparato ad affrontare un inseguimento e a trovare in fretta scorciatoie che mi permettano di scappare e farla franca in poche miglia.

Certo, se avessi la mia macchina sarebbe tutto più semplice, ma non potevo certo usare la Lamborghini.

Un'Aventador rossa fiammante non passa certo inosservata.

Pazienza, dovrò accontentarmi di questa che, seppur meno potente, è contraffatta e non tracciabile.
Picchietto le dita sul volante, nervoso e impaziente, quando, i tizi decidono di farsi vivi.

Quindici minuti di ritardo, cominciamo male.

Cerco di mantenere la calma e contenere il disappunto.
Scendiamo dalle auto e, dopo aver controllato che tutto sia in ordine e che la cocaina sia al suo posto, uno dei due ragazzi prende il volante dell’auto che trasporta la partita. Io e gli altri, invece, torniamo ognuno alla propria macchina.

Prima di ripartire, poso una mano sul petto sul quale ho tatuato una sorta di protezione: una croce di rovi intrecciati  dalla quale si affacciano delle rose e sormontata da una A di colore rosso. Un rito abituale e scaramantico che effettuo prima di ogni missione.
I motori della auto ringhiano e il primo a partire sono io, aprendo loro la strada.

Dobbiamo attraversare mezza città per arrivare da Arena. Ci aspetta nel suo personale deposito a Mott Haven. Trovo ironico che si trovi proprio nel quartiere dove sono cresciuto.

Guidiamo a una velocità costante, ma piuttosto lenta. Meglio non attirare troppo l'attenzione. New York è attiva anche a quest'ora del mattino, non a caso viene chiamata "la città che non dorme mai". Nonostante non ci sia il traffico intenso tipico delle ore diurne, non siamo le uniche macchine in circolazione.
Controllo dallo specchietto retrovisore per assicurarmi che gli altri siano dietro di me.

Ci sono anche delle nuove leve tra i ragazzi questa sera, entrati da poco all’interno della pandilla e pronti a fare la loro parte, iniziando con la gavetta della quale il primo step è il corriere per la droga. Tuttavia, poiché il lavoro è per Arena, ho preferito essere in prima linea senza delegare.
Anche se per me sono altri li affari importanti  e di cui mi occupo.
Non che io non abbia contatti con i cartelli della droga, certo, ma non faccio di quella roba la mia principale fonte di guadagno, anzi, se posso evito. Ho visto troppe persone rovinarsi a causa della cocaina per farla rientrare nei miei giri.

Blake...

Mi è inevitabile pensare a mio fratello e tutto quello che è successo. Ormai, è quasi un anno che è fuori da questa vita e sono mesi e mesi che non ci sentiamo.
Dalla nostra ultima litigata.

Mi chiedo che cosa stia facendo adesso, che vita conduca. Presumo – e spero  –che lavori ancora in quella redazione in cui aveva trovato lavoro poco dopo aver abbandonato la gang.
Faccio un respiro profondo, pensare a lui mi mette inquietudine. Siamo gemelli e i gemelli di solito non si dividono, non così almeno.

Assorto nei miei tumulti interiori, vengo strappato alla realtà: un boato, una pioggia di proiettili e lo stridio delle gomme sull'asfalto.
Freno di colpo e dallo specchietto retrovisore vedo l’auto con il carico andare fuori strada.
Gomme a terra  e il parabrezza imbrattato di rosso.

Nulla da fare: il pilota è morto.

Non c’è tempo per un eventuale shock, devo capire come agire e in fretta, poiché due auto si avvicinano alla mia, mentre tre fuoristrada ci sbarrano ogni via di fuga.

Dai finestrini si sporgono uomini armati che aprono il fuoco.

D'istinto, stacco la cintura di sicurezza e mi riverso sul sedile del passeggero in cerca di protezione e… delle mie fottute pistole.

Impreparato.

Qualcuno deve aver cantato, porca puttana!

Ora non ho il tempo di occuparmene, devo prima uscire vivo da questa situazione di merda.

Mi sollevo qualche centimetro per controllare la situazione intorno a me: anche i miei hanno aperto il fuoco contro di loro.
È guerra! Guerra vera, e tutto per quella maledetta cocaina.

Scavalco i sedili e apro la portiera posteriore con un colpo secco. L’asfalto brucia sotto le ginocchia, mentre mi acquatto contro l’auto come unico scudo tra me e la morte.

Il cuore martella nel petto, l’adrenalina mi spinge ad avere un solo pensiero: sopravvivere, anche a costo di uccidere!

Mi posiziono a terra, il fianco premuto contro la carrozzeria dell’auto, il fiato corto e le mani strette attorno all’impugnatura della pistola. Il frastuono attorno a me è assordante: proiettili che sibilano, urla, vetri che esplodono.

Cerco un angolo scoperto tra i veicoli, un varco utile. Mi sporgo quel tanto che basta e premo il grilletto. Un uomo cade. Un altro si accascia urlando, colpito alla spalla. Bene, ma non abbastanza, sono troppi, troppo organizzati e meglio equipaggiati di noi.

Li hanno avvertiti bene!

Mi volto di scatto verso l’auto con il carico: uno dei fuoristrada si è affiancato e tre uomini stanno già scaricando i pacchi mentre altri cinque gli coprono le spalle. Agiscono con precisione e velocità.

Puta madre!

Mi riparo di nuovo, schiacciato contro la lamiera. Il respiro si fa più pesante per la consapevolezza di essere in  uno scontro impari sia per equipaggiamento che per numero.

Non c'è onore nella morte inutile.

Stringo i denti e grido, sovrastando il rumore della pioggia di fuoco: 

«Lasciate il carico! Via!»

Noi, invece, scappiamo dentro le nostre auto.

Entrato nell'abitacolo ingrano la retromarcia e, dopo una rapida sterzata, raddrizzo la macchina e guido vero il primo vicolo che trovo alla mia destra.

La strada è stretta e buia, ma fortunatamente non ci vuole molto perché io sbuchi di nuovo nella strada principale parallela. Rimessomi in carreggiata scalo le marce e guido a tutta velocità per le strade del Bronx.

Il carico è andato e io sono nella merda fino al collo.

Giacomo Arena sarà l’ultima persona che guarderò negli occhi nella mia vita.

È l'uomo più influente di New York City o come lo chiamo io "il padrino". Sì, perché essere un capo mafia nella grande mela è un enorme cliché.

Peccato che quel cliché ora mi stia aspettando e più di me, la sua "merda".

«Porca di quella puttana!»

Batto le mani sul volante in preda all'incazzatura e alla frustrazione. Per quanto io abbia rapporti "amichevoli" con Giacomo, conosco anche il suo temperamento e so che non sarà indulgente.

Sarò fortunato se sarò ancora vivo dopo stanotte.

Arrivato al deposito due auto sono già lì ad accogliermi, convinti che io arrivi trionfante. Da una di esse scende Arena in tutta la sua eleganza.
A volte, mi chiedo se ci dorma anche con i suoi completi a giacca o se, almeno per scopare, se li tolga.

Scendo e mi avvicino a passo sicuro, anche se di sicuro qua non c'è proprio niente, nemmeno la mia vita.

«Avila, dov'è la mia roba?»

Bella domanda! Ora come cazzo glielo spiego?

Sospiro, ma è inutile temporeggiare, tanto vale raccontare tutto di getto. A ogni parola che mi esce dalla bocca, però, Giacomo perde la compostezza che aveva inizialmente e il suo viso si contrae in un'espressione di pura ira.

«Mi stai dicendo che ti sei fatto fottere come una puttana qualunque?»

Si mette male per me e a confermare il mio timore i suoi scagnozzi mettono mano alle armi.

Maldita sea!

Mordo l'interno della guancia e osservo con attenzione le movenze dei due uomini accanto ad Arena.

«È stato un agguato, non lo avevo previsto.» Non che a lui fotta qualcosa. C'erano un milione di dollari in quella fottuta macchina e io li ho persi.

«Tu e la tua gente, le vostre bande del cazzo. Siete un branco di selvaggi. Animali da tenere in gabbia.»

Oh, certo, ma la mia gente ti fa comodo quando deve spacciare la tua merda, maldito hijo de puta.

Sarebbe troppo appagante sputarglielo in faccia, ma devo tenere a freno la lingua e, seppur io provi fastidio negli insulti razzisti che continua a lanciarmi, non posso permettermi una reazione.

«Credo ci sia stata una soffiata...» Provo a dire la mia, ma Giacomo alza una mano e m'interrompe.

«Non me ne frega niente delle tue supposizioni, boricua del cazzo. Spia o meno, ti avevo affidato un compito.»

Come immaginavo, non gli importa di chi sia la colpa, anche se sono convinto che farà le sue personali indagini. Chiunque abbia parlato, ha le ore contate.

«Giacomo, troverò una soluzione.»

Non ci credo nemmeno io, ma tanto vale provare.

«Hai un milione di dollari in contanti, Avila? Perché se è così non c'è alcun problema.» Mi schernisce ed esibisce un fastidioso ghigno di pura malvagità.

Lo sa benissimo che non li ho, non tutti almeno. Ho un cospicuo conto in banca e un qualche soldo sporco nascosto un po' qua e po' là, ma di certo non ho quella somma per intero.

«Giacomo, una parte posso ripagartela e per il resto... un modo lo trovo, lo sai che lo trovo.»

Mi riserva una smorfia di sdegno.

«Li voglio il prima possibile, Avila, non ho molta pazienza. E ora levati dal cazzo!»

Non ribatto, mi limito ad allontanarmi e tornare alla macchina.

Sono veramente nei casini ora.

Posso ripagare solo in parte la partita, e sarà la prima cosa che farò una volta tornato a casa, anche se questo significa andare in rosso. Ma con Arena è meglio non temporeggiare. Prima ripago quel debito, prima potrò tornare a respirare.

Impreco di continuo, mentre torno al garage dagli altri. Dobbiamo fare il punto della situazione, stanotte abbiamo perso uno scontro, ma non solo. Uno di noi ha perso la vita e spero sia l'unico.

Ma non c'è posto per i sentimentalismi. Chi entra nelle pandille sa a cosa va incontro, sa che può morire. Nel tempo si diventa una sorta famiglia, è vero, ma io sto ben attento a evitare rapporti troppi stretti.

C'è solo una persona in questa vita di cui ancora m'importa...
Di nuovo i miei pensieri vanno a Blake e alla sua nuova vita, i suoi giri puliti. Mi chiedo che gente frequenti ora…

 Mi chiedo che gente frequenti ora…

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CIAOOOOOOOO

Finalmente ho pubblicato il prologo! Sono felicissima!

Bene ragazzi, so che in questo capitoletto non viene spiegato molto, ma tutto avverrà nel corso della storia.

Questa piccola introduzione ci fa conoscere il protagonista e la sua losca vita, adesso non resta che conoscere LA protagonista.

Daryl si chiede chi frequenta suo fratello in questo periodo, beh, io un'idea ce l'avrei e voi?

Io vi mando un besito e ci vediamo prestissimo con il primo capitolo ❤️

Hell

EmbrujoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora