Capitolo 29 Paura e delirio (parte seconda)

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CHIARA

Corro giù per le scale e neanche i tacchi alti rallentano la mia fuga.

Arrivata di nuovo nel bel mezzo della festa, mi faccio largo tra le persone per raggiungere la porta. Poco prima di uscire, però, scorgo Ray. Lo sguardo indecifrabile, ma l'alzata di spalle spontanea mi fa intendere che lui sapesse benissimo che Daryl non fosse solo. Mi ha invitata e mi ha mandata di sopra di proposito. Mi chiedo perché, ma non ho intenzione di scoprirlo. Non ho più interessa a farlo e, in fondo, mi ha fatto un favore. Ho scoperto di essere solo una fra le tante, ho scoperto il suo segreto, ed è stato meglio così. Certe cose meglio che vengano a galla subito che quando ormai i sentimenti e l'intimità siano più profondi.

Mentre percorro il vialetto, chiamo un taxi e comunico di avere un certa urgenza. Spero abbia recepito il messaggio e arrivi in fretta.

«Chiara!»

Sento urlare il mio nome e riconosco la voce di Daryl, tuttavia, non ho intenzione di fermarmi. Non mi volto e accelero il passo in direzione del cancello.

Purtroppo, non sono abbastanza veloce e il portoricano mi raggiunge. Mi mette una mano sulla spalla, arresta le mie falcate e mi costringe a voltarmi.

«Non saresti dovuta venire!» Mi grida in faccia.

Questo è poco ma sicuro.

Il suo atteggiamento e il modo in cui mi si rivolge, annullano la tristezza e la frustrazione e amplificano la rabbia. La sento ribollire, rovente simile a lava che sta fuoriuscire in un'eruttazione violenta. L'istinto è quello di rispondergli abbassandomi al suo stesso livello: urlargli in faccia, gridare più forte di lui e rimetterlo al suo posto. Se crede di avere ragione, si sbaglia.

Tuttavia, sarebbe fiato sprecato. Faccio davvero fatica, ma mi trattengo.

«Lo so da sola. Scusami se ti ho rovinato la serata intima.» Rispondo a monotono, annoiata, ma con una leggera provocazione, poi gli volto le spalle, pronta a raggiungere il cancello della salvezza.

Ma se penso che la conversazione sia terminata, Daryl non è dello stesso avviso. Mi afferra per un braccio - odio quando lo fa - e mi riporta dentro la discussione che io lo voglia o no.

«Avila, lasciami subito!»

Lo inchiodo con sguardo e provo a divincolarmi, ma la presa diventa più forte e mi tira verso di sé.

«Non mi hai rovinato una serata intima, tu hai rovinato tutto. Per difenderti ho dovuto trattare male Isabela.»

Non ci vedo più dalla rabbia. Ho provato a contenermi, ma sembra che voglia portarmi al limite e più parla più ho l'impulso di lasciarmi andare e urlargli contro.

«Oh quindi mi stavi difendendo? Che cavaliere! E io stupida che credevo che avessi raccontato solo balle. Allora ti insegno una cosuccia nuova: non si tratta male la propria ragazza per difendere un'altra donna, Avila.» Lo schernisco e il sarcasmo mi aiuta a celare la sofferenza che provo.

«Non è la mia ragazza, testaruda de mierda, ma quella che mi porta la gente a cui vendo le auto. Ti rendi conto che avevo in ballo un affare da centocinquanta mila dollari e che tu hai mandato tutto a puttane?»

Oh, cazzo...

In uno sprazzo di lucidità, mi rendo conto di quello che ho combinato. Non solo sono inutile ai suoi occhi, ora sono anche una rovina. Abbasso lo sguardo, ma sono ancora preda dell'orgoglio.

«Non ti ho chiesto io di difendermi.» e cosa ancora peggiore, quel bacio che si sono dati non lo comprendo e la gelosia, mai provata così intensa, si è ormai insidiata nel mio essere e avvelena le parole che pronuncio «Comunque sono sicura con con una o due scopate risolverete la cosa.»

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