Capitolo 24 Con te non ho paura (parte terza)

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CHIARA

Esco dall'auto, ancora scalza, e faccio il giro di essa per aiutare Daryl a scendere.

Costeggiamo la corte che circonda la piscina e ci avviciniamo a passi lenti agli scalini che portano al patio. L'intera abitazione è dotata di enormi vetrate, la casa ha uno stile moderno e quello che credo essere il piano superiore è rivestito da piastrelle in finta pietra. La facciata in cui si trova l'ingressl, invece, è in muratura bianca. Una volta aperto il portone blindato, ci troviamo nel salone. Ciò che spicca è un divano in pelle nera da quattro posti con penisola, posizionato davanti a un caminetto moderno.

Daryl me lo indica ed è lì che lo faccio sedere.

Si accascia su di esso in posizione semi sdraiata. Il viso è contorto dal dolore, ma questo non lo rende meno bello. Anche in queste condizioni, infatti, mantiene il fascino e, se possibile, quelle ferite, simbolo del combattimento e prova del suo coraggio, gli donano un'aria ancora più tenebrosa e ammaliante.

Colgo l'occasione di questo suo attimo di ripresa per guardarmi intorno. L'arredamento è minimal, ma ciò che cattura l'attenzione sono i quadri astratti appesi alle pareti, di cui il colore che predomina è l'oro. Nei vari angoli, poi, sono poste a decorazione delle sculture, anch'esse non hanno soggetti umani, ma forme geometriche tipiche dell'arte moderna. Ciò che mi colpisce è la parete posta di fronte alla penisola del divano: questa è bianca, ma su di essa è montato un pannello in marmo nero il quale al centro ha posizionato un enorme televisore a muro. L'intera stanza è illuminata da luci a led montate sul controsoffitto che creano un'atmofera soft e accogliente.

«Versami qualcosa bere.»

L'esclamazione mi riporta con tutta l'attenzione su di lui che, impaziente, mi indica una postazione bar in fondo al salone, che non avevo notato.

Non sono convinta che gli faccia bene l'alcol in queste condizioni, ma non discuto le sue decisioni.

Davanti mi ritrovo una vetrina colma di bottiglie delle più disparate marche di Whisky, ne prendo una a caso e, in uno dei bicchieri poggiati sul bancone in marmo, sottostante alla postazione, verso un modico quantitativo di liquido, quanto basta perché si bagni le labbra, si accontenterà. Preferisco constatare che stia bene prima di permettergli di fare tutto ciò che vuole.

Storce il naso quando nota la minima quantità di alcol, ma per fortuna si astiene dal commentare. Beve in un sorso il contenuto, poi si sporge in avanti per posare il bicchiere sul tavolino bianco lucido di fronte a lui. Si accascia di nuovo sul divano, è preda dei dolori e d'istinto mi accovaccio per prestargli aiuto.

«Daryl, ti...»

«Vai di sopra. Sulla sinistra trovi due porte, non la prima, la seconda, quella è la mia stanza. In bagno c'è un kit di pronto soccorso. Prendilo.»

Serio e lapidario, mi spiga cosa fare con una sequenza di parole chiare e concise. È un ordine, non una richiesta.

Non perdo tempo, si fronte all'ingresso avevo notato la scala che portava al piano di sopra, perciò so già dove andare.

Salgo gli scalini in fretta e mi ritrovo in un lungo corridoio arioso decorato anch'esso con quadri alle pareti. Non perdo tempo a osservarli, ma cerco la camera di Daryl. Ha detto la seconda porta sulla sinistra ed è quella in fondo al corridoio. Noto che l'altra porta è socchiusa, tuttavia, ho fretta di trovare quel kit e tornare al pian terreno per medicarlo, perciò non mi soffermo a curiosare.

Camera sua è chiusa, mi prendo un momento prima di entrare. Mi fa uno strano effetto essere qui, la stanza da letto di una persona è qualcosa di intimo e in un certo senso privato, è la zona della casa che tendiamo a non mostrare, come fosse la parte più nascosta di noi, quella che reca all'interno il nostro essere.

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